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ORVIETO - "Istituto di Istruzione Artistica e Classica"
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I SIGNORI DEL MARE
Una delle molle fondamentali che
spinge gli antichi Greci sulle insicure vie del mare è senza dubbio
quella del commerci, come dimostra il ritrovamento del relitto della
nave mercantile di Capo Chelidonia.
Il ritrovamento fornisce notevoli
indicazioni sul tipo di commercio che si svolgeva all'epoca nel bacino
orientale del Mediterraneo. Infatti del carico si sono recuperati una
quarantina di grossi pani di rame Altro materiale recuperato si
riferisce a mucchi di minerali di stagno bianco. Dunque la nave
trasporta minerali strategici per quel tempo, rame e stagno, la cui lega
dà il bronzo, con cui si costruiscono utensili da lavoro, ma soprattutto
armi. E anche armi di bronzo già pronte trasporta la nave: scuri, doppie
asce, spade, punte di lancia e di giavellotto. Il commercio delle armi,
sempre redditizio, è dunque, come si vede, comune a tutte le epoche
storiche.
LE NAVI DI OMEROLe navi e le tecniche di navigazione della marineria della Grecia arcaica, soprattutto di quella micenea della seconda metà del II millennio a.C., sono sostanzialmente quelle descritte nei poemi omerici, in particolare nell’Odissea. Ciò è dovuto sostanzialmente al fatto che per secoli quella marineria, erede della cicladica e della minoica, non subisce alcun radicale cambiamento per assoluta mancanza di grandi innovazioni tecniche. Queste ultime verranno dopo Omero e porteranno a quel formidabile strumento bellico che sarà la triere, o latinamente trireme, nave che sconvolgerà gli equilibri marittimi nel Mediterraneo, come diremo più oltre. Altro motivo di questa sostanziale coincidenza è che Omero, pur vivendo nell’VIII secolo a.C., compone due poemi epici sulla base di una lunghissima tradizione orale, tramandando così non pochi aspetti di vita dei secoli precedenti. Nell’indicare le navi di quel tempo, Omero cita con frequenza due epiteti: ortokrairos= dalle corna erette e koilos= concava. Questi epiteti rendono subito, in modo plastico, il profilo che presentano gli scafi. La sagoma ricorda a grandi linee quella delle navi dei Popoli del mare. Questa stessa somiglianza evidenzia l’esistenza di una medesima tecnica nel Mediterraneo orientale. Fin dai primi tempi ritroviamo la tradizionale suddivisione tra nave da guerra e nave mercantile. Per ambedue i tipi di nave il timone è costituito da due grossi remi poppieri. L’attrezzatura velica della nave del tempo omerico è di estrema semplicità. Un’unica grande vela quadra di tela, legata con numerosi lacci taurini, è fissata alla parte terminale dell’albero della nave. Infine le cime (scotte) , legate agli angoli inferiori della vela, servono a distenderla al vento. È presumibile l’utilizzo di una vela trasversale a quella di chiglia e che l’albero sia stabilizzato da due sartie. L’intera struttura dello scafo poggia su un’unica trave di chiglia, a cui erano collegate coste e tavole;l’interno è tutto catramato e questo spiega la ricorrente espressione “nave nera”, mentre esternamente è catramata solo la parte immersa nell’acqua e le fiancate sono di un colore rosso. La prora è azzurra. Le navi da guerra di quel tempo hanno due ponti di copertura, uno a prua e l’altro a poppa. I rematori stanno nel mezzo e si trovano allo scoperto. Nell’Iliade e nell’ Odissea la nave preferita dai guerrieri-marinai greci è senza dubbio quella a venti rematori e ciò è dovuto alla sua maneggevolezza. La stragrande maggioranza delle navi giunte a Troia sono infatti a 20 remi . Lungo o breve che sia, il viaggio per mare ha sempre richiesto dei buoni approdi. Nei primi tempi dell'età arcaica, per i Greci la scelta del sito per un buon porto o approdo si riduce, per secoli, ad identificare un'insenatura ben riparata della costa, che offra delle larghe spiagge pianeggianti, dove tirare in secco gli scafi delle navi, anche se la sosta ha poi la durata di una sola notte. Essenziale, nel sito prescelto, è la presenza di una fonte di acqua dolce. Fin dai primordi della navigazione il porto ha anche una funzione sacrale, in quanto rappresenta per i marinai un anello magico a difesa dalle influenze malefiche dei demoni inferi, che popolano il mare aperto. Per questi motivi esso è posto sempre sotto l'alta protezione di una benefica deità marina, a cui ogni equipaggio affida peraltro, al momento di ogni partenza, le sorti del viaggio e del ritorno. Il porto dell’Itaca di Ulisse, ad esempio, è sacrato al vecchio dio marino Forco, così come, in età Ellenistica, il grande e cosmopolita porto di Alessandria, in Egitto, avrà ben tre templi. Il brindisi dei rematori, coincidendo, in quel tempo, la loro figura sempre con quella di guerrieri, signori della lancia, richiama poi, nemmeno tanto velatamente, una funzione essenziale nella vita comunitaria di uomini, che, legati da un'unità di intenti, sono tesi verso l'ignoto, rappresentato dal "vasto oceano". Quindi il brindisi è non soltanto omaggio alle divinità del mare, di cui comunque s'invoca la protezione, ma anche solenne giuramento a non tirarsi mai indietro dinanzi a qualsivoglia pericolo. Il vincolo del giuramento, sacralizzato dalla libagione a carattere rituale, era mediato dal vino, bevanda a sua volta sacrale da sempre presso i popoli antichi. Il vino era dunque parte importante delle poche provviste in dotazione ad una nave. Altro suggestivo rito era quello praticato in onore dei marinai caduti durante il viaggio. Tutti gli equipaggi delle navi chiamavano a grande voce il nome dei marinai morti e l’appello,come vediamo anche nell’Odissea, veniva ripetuto tre volte. Questa toccante cerimonia testimonia un bellissimo rito funebre della marineria della Grecia arcaica, in cui, mediante il triplice appello, si invocavano le anime dei marinai caduti per tenere dietro alle scie delle navi dei superstiti e per tornare così al sacro suolo della patria. Possiamo inoltre ricordare che era costume dell’equipaggio, soprattutto nella nave omerica, che tutti gli uomini liberi appartenenti alla aristocrazia guerriera portassero lunghe e fluenti capigliature. Tra gli uomini che compongono l’equipaggio figura di particolare spicco è quella del timoniere, a cui si richiede mano ferma quando infuriano le tempeste, ma soprattutto ci si affida nella pericolosa navigazione notturna. Questo tipo di navigazione è, per le navi omeriche, ordinaria amministrazione. Altra importante incombenza del pilota è sorvegliare con attenzione il ritmo di voga degli uomini ai remi. La tenuta del ritmo è considerato, ed in effetti lo è, fondamentale per tutto il periodo della marineria remica; movimenti scoordinati, oltre a mettere in pericolo l'incolumità fisica degli stessi rematori e a provocare danni e rotture alle pale dei remi, possono compromettere perfino la stabilità nautica dello scafo che costruttivamente presenta la murata non molto alta rispetto al pelo dell'acqua. Primi contatti tra il mondo minoico-miceneo e il mediterraneo occidentale: Le popolazioni egee intrattennero relazioni intense e continuative con le popolazioni che abitavano le regioni limitrofe o anche i territori posti a considerevole distanza. La situazione geografica della Grecia proiettata verso il mare e caratterizzata da un forte frazionamento territoriale, ha certo condizionato questa tendenza. Creta, nel periodo del massimo splendore della civiltà palaziale (1700-1500 a.C. circa) aveva intense relazioni con l’ Egitto,con Cipro e con le isole orientali dell’Egeo e con le coste dell’Asia minore. Nello stesso periodo la penisola greca, caratterizzata dalla cosiddetta cultura mesoelladica, appare meno proiettata verso l’ esterno ed estranea alle comunicazioni e ai traffici nei quali Creta era perfettamente inserita. Il periodo di formazione e consolidamento della civiltà micenea vede la nascita di relazioni interculturali di tipo assai complesso con uno spiccato interesse dei micenei verso le aree circostanti, fino a investire una vastissima area geografica. Per quanto riguarda il Mediterraneo centro-occidentale, a differenza di quanto avviene nella aree orientali, la frequentazione di età micenea non sembra essere preceduta da quella minoica. Dal punto di vista distributivo i reperti, databili nel XVI e XV secolo a.C., sono quasi esclusivamente rappresentati da ceramiche. Sono prevalentemente concentrati negli arcipelaghi del basso Tirreno, in particolare nelle Isole Eolie e in quelle flegree verso la fine del XV secolo a.C. Il potere politico, la potenza economica e l’ organizzazione palaziale micenea appaiono pienamente consolidate. Sembra tramontare l’interesse per l’ arcipelago flegreo, mentre continua con alcune modifiche quella per l’ arcipelago eoliano, che varia anche in ragione delle vicende interne degli insediamenti insulari. Infatti inizia a fiorire il grande abitato di Lipari, ma cessa di esistere quello di Filicudi, forse soppiantato da quello di Panarea, più aperto dai collegamenti con la penisola italiana. La Navigazione dei Greci e la sua evoluzione Quando, nell’VIII sec. a.C., i primi coloni greci lasciarono i lidi familiari per le remote coste del Mediterraneo occidentale avevano già grande esperienza nel campo della navigazione. Più che una scienza, la navigazione antica era un’arte basata sulla capacità di interpretare i fenomeni naturali. Senza mappe o strumenti, essa si basava dunque su queste osservazioni e sulla profonda conoscenza della costa, dei fondali, delle coordinate geografiche, dei punti per l’ormeggio e dei ripari. Se in questo campo si deve parlare di un progresso nell’antichità, bisogna fare riferimento all’evoluzione delle tecniche costruttive delle navi. Da scafi sempre più leggeri si passò infatti in breve tempo a strutture sempre più potenti e, nel passaggio dall’VIII al VII sec., si verificò un processo evolutivo che portò alla comparsa della diere e poi della triere cui si farà cenno successivamente. Ai tempi della colonizzazione greca del Mediterraneo occidentale (VIII-VII secolo a.C.) le flotte erano costituite da due tipi di nave: quelle tonde e panciute che servivano per il trasporto delle mercanzie e quelle lunghe e strette, più veloci e agili, che erano utilizzate a scopo militare. Questa distinzione risale almeno al 1500 a.C. Tucidide dice, nella Storia della guerra del Peloponneso, che furono i Corinzi a introdurre verso la metà del VII secolo le più significative innovazioni. Ad essi va il merito di avere sostituito gli scafi monossidi con scafi costruiti a coste.
LE CONQUISTE, LE
COLONIE I più antichi centri cittadini della Grecia, le sedi regie di quell'età eroica celebrata dalle leggende, erano sorti quasi tutti a distanza dal mare: Micene e Sparta nel Peloponneso; Atene, Tebe, Orcomeno nella Grecia centrale; Cnosso e Festo nell'isola di Creta. Questo fenomeno è l'indice caratteristico di uno stadio di sviluppo economico di quell'età in cui l'agricoltura e l'allevamento del bestiame costituivano le principali fonti di ricchezza, mentre il commercio era completamente trascurato. Ma questa condizione di cose mutò quando i rapporti fra le varie parti della nazione greca divennero più attivi. Siccome la natura montuosa della penisola oppone allo svolgimento del traffico ostacoli gravissimi, la via che costituisce il vero mezzo di comunicazione tra le singole regioni del paese è il mare; è perciò all'incirca nella stessa epoca in cui i Greci giunsero ad acquistare coscienza della loro unità nazionale che vediamo salire in auge una serie di città marittime che nella preistoria o non avevano avuto alcuna importanza o ne avevano avuto una relativamente subordinata. Il traffico mercantile sulle coste greche inizia ad avere i suoi centri naturali in due punti : sull'Istmo, dove i due mari, l'Egeo e lo Jonio, si ravvicinano tanto da essere separati da pochi chilometri soltanto, ed all'Euripo, lo stretto che separa l'Eubea dal continente e costituisce la più breve e soprattutto la più sicura via di comunicazione fra il Sud ed il Nord della Grecia. Ed è infatti in questi due luoghi che sorsero nella madre-patria greca le prime città commerciali di considerevole importanza: sull'istmo, Corinto e Megara; sull'Euripo Eretria e Calcide. Ad esse poi va aggiunta la piccola isola di Egina, nel centro del golfo saronico, i cui abitanti ben presto acquistarono la fama di essere i più valenti marinai di tutta la Grecia. Fra le città coloniali della costa dell'Asia Minore quelle che divennero di maggior importanza furono Mileto e Focea, che dominavano le foci dei due più grandi fiumi dell'occidente della penisola, il Meandro e l'Ermo, e quindi le due più importanti strade commerciali che portano dal mare Egeo nell'interno del paese. Qui, sulla costa occidentale dell'Asia Minore, fu fatta verso quest'epoca quell'invenzione che dimostra più d'ogni altro quale importanza aveva assunto già allora il commercio nel mondo greco e che esercitò una immensa influenza sullo sviluppo economico di tutte le successive epoche: l'invenzione della coniazione della moneta. L'oro e l'argento avevano probabilmente già da tempo servito come misura del valore negli Stati inciviliti dell'Oriente ed anche nel mondo greco. Le prime monete coniate dopo la detta scoperta furono, di « electron », d'oro cioè (che si estraeva dalla sabbia dei fiumi della Lidia) con una forte lega d'argento; esse non recavano ancora leggenda di sorta ed erano segnate da un lato soltanto con lo stemma dello Stato che le coniava, mentre l'altro lato era vuoto. La nuova scoperta si diffuse rapidamente nelle città litoranee dell'Asia Minore ed emigrò molto presto anche nella madre-patria greca, dove le città mercantili di Egina, Calcide ed Eretria cominciarono sin dai primi tempi del VII secolo a coniare monete; ma dove oro in commercio non ce n'era, alcune città coniarono le loro monete in argento. Rapporti con l'Occidente ve n'erano stati sin da tempi molto antichi, come abbiamo visto, ma una vera e propria colonizzazione greca di queste regioni non cominciò se non sulla fine dell'VIII secolo.
LE COLONIE GRECHE IN ITALIA “Magna Grecia” è quel complesso di colonie fondate dai Greci nell’Italia meridionale e nella Sicilia orientale, quella parte dell’Italia costituita soprattutto dalla costa ionica dove a partire dagli ultimi decenni del secolo VIII a.C. si sviluppò la colonizzazione greca. Il movimento principale della migrazione greca in Italia, avvenne tre secoli dopo, tra il 750 e il 650 a.C. . Allora infatti vennero fondate in Sicilia: Nasso, Siracusa, Catania, Leontini, Zanche, Megara, Selinunte, Gela, Agrigento ed altre. Nell’Italia meridionale: Sibari, Crotone, Taranto, Reggio, Posidonia, ecc.; tante colonie greche lungo tutta la costa dell’Italia meridionale, che solo più tardi prese il nome territoriale usando il termine di Polibio, appunto, Magna Grecia.
COMUNICAZIONI MARITTIMELe migrazioni dei greci e la fondazione di città in Italia meridionale e in Sicilia, più tardi anche in Provenza e in Catalogna, hanno dato un nuovo e duraturo impulso alle comunicazioni fra Egeo e Mediterraneo occidentale. Nella colonizzazione e nei traffici greci e fenicio-punici in occidente ha i suoi presupposti la scoperta del Mediterraneo come un grande mare racchiuso fra i continenti dell’ecumene antica e comunicante con l’Oceano. I greci hanno coniato l’espressione “mare interno” per distinguerlo dal “mare esterno” (rispetto alle colonne d’Ercole), che - ipotizzavano- cingeva interamente la terra abitata. Si tratta di una denominazione del tutto estranea alle civiltà dell’antico Egitto, della Mesopotamia e dell’Anatolia, che hanno conosciuto solo i settori orientali del Mediterraneo, mentre non potevano avere alcuna idea della sua configurazione generale. Le città italiote, siceliote ed etrusche hanno intrattenuto, in varia misura, relazioni commerciali con i centri dell’Egeo e del Mediterraneo orientale, ma ben poco sappiamo sul funzionamento degli itinerari transmarini.Cartina dei principali itinerari marittimi al tempo della colonizzazione. Aprirono la serie delle fondazioni i Calcidesi dell'Eubea, i quali, ad una pretesa data del 736 fondarono a piedi dell'Etna la prima colonia greca di Sicilia, Nasso. Movendo da questa base furono poi occupate le sponde dello stretto che separa l'isola dall'Italia continentale e fondarono Zancle (l'odierna Messina) e sull'opposta costa Rhegion (Reggio) ; inoltre alle falde meridionali dell'Etna sorse Catane e nella fertile pianura, bagnata dal corso inferiore del Simeto, Leontini. Così nel nord-est della Sicilia si formò un dominio coloniale calcidese compatto e continuo, dal quale furono poi spinti alcuni presidi verso il nord con la fondazione di Cuma sul golfo di Napoli (avvenuta verso il 700) e un po' più tardi verso la costa settentrionale della Sicilia con la fondazione di Imera (avvenuta verso il 640). Corinto occupò la fertile isola di Corcira all'ingresso del Mare Adriatico e poco dopo sulla piccola isola di Ortigia presso la costa orientale della Sicilia ed a mezzogiorno del territorio coloniale calcidese, fondò Siracusa, che a sua volta nel corso del VII secolo sottomise alla propria signoria l'intera punta meridionale dell'isola e vi fondò una serie di altre colonie, fra le quali Camarina che ben presto divenne una importante città. Per assicurarsi poi le comunicazioni con Corcira i Corinzi verso la fine del VII secolo occuparono sulla costa dell'Acarnania la penisola di Leucade ed all'incirca alla stessa epoca fondarono Ambracia nella ricca pianura bagnata dal corso inferiore dell'Aratto, mentre come punti d'appoggio del commercio sull'Adriatico fondarono Apollonia ed Epidamno sulla costa illirica. Megara fondò a poche miglia a nord di Siracusa una nuova Megara, la quale peraltro, stretta fra il dominio coloniale calcidese e quello corinzio non riuscì mai a primeggiare; di qui venne poi un secolo più tardi fondata all'estremo occidente della Sicilia Selinunte che ben presto superò di gran lunga la sua metropoli; le grandiose rovine sono ancora oggidì testimoni eloquenti della importanza ch'essa ebbe.
Sempre
nello stesso periodo gli abitanti
dell'Acaia a
Occidente colonizzarono la regione situata sulla costa meridionale del
golfo di Corinto. Ad essi è dovuta l'ellenizzazione della sponda
occidentale dei golfo di Taranto e della massima parte dell'odierna
Calabria; le loro colonie di Metaponto alla foce del
Bradano, Siri alla foce del fiume omonimo, Sibari
allo sbocco del Crati, Crotone sul promontorio Lacinio,
Caulonia presso il capo Cocinto, oscurarono ben presto tutte
le altre colonie greche di questa costa, tanto che l'opulenza e la
lascivia di Sibari divennero proverbiali.
Anche il più lontano Occidente si aprì verso quest'epoca ai Greci, ed il merito di averlo dischiuso spetta in prima linea alla città che, accanto a Mileto, costituiva il centro commerciale più importante della Jonia: Focea. I suoi abitanti verso il 600 avevano già fondato Massalia non lungi dalle bocche del Rodano, e ben presto le spiagge vicine sino alla Spagna si coprirono di una serie di stazioni commerciali. La nazionalità ellenica aveva guadagnato un territorio che per estensione era superiore a quello della madrepatria a sud delle Termopili; anzi, per le vaste regioni della penisola che si aprivano alle sue spalle, sembrava prestarsi ad una ulteriore indefinita espansione. Nel corso del VII secolo sorse infatti sulla costa settentrionale del Mare Egeo una densa fioritura di colonie greche. Anche qui furono all'avanguardia gli abitanti dell'Eubea; essi occuparono la penisola antistante la loro patria che si protende molto avanti verso mezzogiorno e che deve a questa colonizzazione il suo nome di penisola Calcidica.
Ma furono
sopra tutto gli abitanti di
Mileto che
fecero del Ponto un mare greco, un «mare ospitale » (Pontos Euxeinos),
come da allora fu denominato. Si dice abbiano fondato su di esso e sulla
Propontide non meno di 90 colonie, fra le quali salirono a notevole
importanza specialmente Sinope (fondata verso il 630)
sulla costa dell'Asia Minore non lungi dalla foce dell'Halis,
Olbia (644 a. C.) alla foce del Boristene (Dnieper) e
Panticapeo sul Bosforo cimmerio (sulla strada di Kertsch).
Tuttavia queste colonie del Ponto non poterono che in misura limitata
ridurre sotto il proprio dominio le regioni più interne poste alle loro
spalle e abitate da barbari bellicosi, di modo che qui non si giunse
mai, come invece in Italia e in Sicilia, ad una vera e propria
ellenizzazione del paese.
Ai Greci fu
verso il 600 concessa una parte della città di Naucratis,
non lungi dallo sbocco del braccio occidentale del Nilo, per fondarvi
fattorie e vivervi organizzati e con le loro tradizioni nazionale e
sotto magistrati elettivi. A formare la nuova colonia compartecipò una
serie delle più importanti città commerciali elleniche: Mileto, Focea,
Samo, Chio, Teo, Clazomene per la Jonia, Alicarnasso, Cnicio, le tre
città esistenti nell'isola di Rodi, Faselide per la Doride asiatica,
l'eolica Mitilene dell'isola di Lesbo, e finalmente dalla madrepatria
greca, unica, Egina. A differenza dunque di tutte le altre colonie, fu
una stazione panellenica che qui, in un paese di antica civiltà, incarnò
l'idea nazionale ellenica e fu una sorta di centro precursore della
futura Alessandria.
MAPPA ANALITICA DEI GRECI IN ITALIAI greci in Sicilia La più antica colonia greca in Sicilia fu fondata nel 735 a.C. La maggior parte di quest’isola era allora abitata dalle tribù dei Siculi e Sicani, i quali furono agevolmente ricacciati dai greci all’interno del paese. La straordinaria fertilità del suolo, congiunta con la facilità dell’acquisizione, presto attirarono numerosi coloni da varie parti della Grecia e quindi sorse sulle rive della Sicilia una serie di fiorenti città. · Siracusa: Nella storia di Siracusa si compendia quella di tutte le colonie greche della Sicilia, anzi di tutta la Sicilia nei tempi antichi. Siracusa venne fondata dai Corintii nel 734 a.C. Questa sorse dapprima sopra un’isoletta, chiamata Ortigia, vicinissima alla costa, e mutata in una specie di penisola per mezzo di un ponte che l’univa alla terra ferma; dopo due secoli si estese così tanto anche in terra ferma, da dare origine ad altri quattro grandi quartieri, separati l’uno dall’altro da grosse mura; cosicchè Siracusa si potè dire composta da cinque città fortificate. Furono queste Ortigia, Acradina, Tica, Neapoli ed Epipola. · Agrigento: Ebbe un’origine posteriore, e fu fondata non prima dell’anno 582 a.C., dai Dori di Gela, colonia essa stessa dei Rodii e dei Cretesi; il suo avanzamento fu più rapido, e presto si levò in un così straordinario stato di ricchezza e di potenza, che divenne famosa nel mondo antico per la magnificenza dei suoi pubblici edifici. · Nasso: Fondata intorno al 730 a.C. dai Calcidesi. Cartina colonie greche D’Italia e Sicilia.
I Greci in CalabriaQuando sorse Reggio Calabria, verso il 720 a.C. erano già attive sullo stretto di Messina poleis commerciali come Zancle (Messina) e Nasso. Reggio esercitava una funzione di controllo sulla navigazione dello stretto e questa posizione le permise di estendere i suoi domini fino a Locri. Qui nella Locride il genio greco trovò tutte le componenti per esprimere capolavori su capolavori arrivando ad un livello che non sarebbe più raggiunto dalle generazioni future. · Reggio: Situata sullo stretto di Messina, di fronte alla Sicilia, fu popolata dai coloni calcidesi, ma accolse pure un gran numero di Messeni, i quali vi si stabilirono dopo la fine delle guerre messeniche. Per la sua posizione, Reggio era la naturale rivale di Messena. · Sibari e Crotone: Sibari e Crotone ebbero la stessa origine; entrambe furono fondate da colonie di Ioni e di Achei, la prima nel 720 a.C., la seconda nel 710, sulle stesse rive del golfo di Taranto. Parecchie tribù primitive si sottomisero all’impero di Sibari e Crotone, e i loro domini si estesero dall’uno all’altro mare, attraverso la penisola di Calabria. Sibari in particolare toccò un favoloso grado di ricchezza. Le due città entrarono in contesa tra loro nell’anno 510 a.C., anno che portò alla rovina di Sibari. Durante tutto questo periodo furono le città più floride di tutta l’Ellade.
I greci in Campania A partire dall’VIII secolo a.C. alcune città della Grecia si espansero anche in questa area, in luoghi occupati da altre popolazioni, fondando città simili ad esse ma completamente indipendenti. L’inizio di queste migrazioni corrisponde ad un periodo intorno all’VIII secolo a.C. in cui in Grecia stanno sorgendo le prime poleis; ma le ricerche di questi ultimi decenni hanno confermato che già in età micenea (XV-XI secolo a.C.) vi erano stati contatti frequenti tra il mondo greco e quello occidentale (e le regioni maggiormente toccate da questi contatti furono le zone di Taranto e l’arcipelago delle Eolie), con l’avvento del Medioevo Ellenico però i contatti con l’occidente divennero rari e solo verso l’inizio dell’VIII secolo a.C. il Mediterraneo comincia ad animarsi di nuovo. La maggior parte delle antiche tracce di ripresa dei rapporti con il mondo greco della storia della penisola italiana sono da mettere in rapporto con l’Eubea e il commercio euboico: lo scopo di tali navigazioni mirava allo scambio delle merci. Prima della metà dell’VIII secolo i greci provenienti da Eubea si insediarono nell’isola di Pithecussai. La prima ondata di coloni furono appunto gli abitanti dell’isola di Eubea, che sul modello di Pithecussai fondarono, in Campania, Cuma, e poi-come si è visto- Messina e Rhegion sullo stretto, in Sicilia orientale Naxos, Lentini e Catania; tutte queste fondazioni possono essere distinte in due gruppi: l’uno- comprendente Pithecussai, Cuma, Messina e Rhegion- che aveva diretto rapporto con la rotta marittima verso il Tirreno e il mondo etrusco; l’altro -con Naxos e altre colonie della Sicilia orientale- che era costituito da città la cui vocazione agricola era sorprendente. Anche in Campania troviamo i tratti tipici di ogni impresa coloniale. A Cuma l’organizzazione e la responsabilità delle imprese erano affidata ad un oikistes, ma, a differenza della maggior parte delle colonie occidentali, il nuovo insediamento non fu frutto di una decisione, come quelle che si attribuiscono all’oracolo di Delfi; inoltre è noto che le colonie greche primarie sono state sempre ubicate sulle coste. · Cuma: Data l’ottima posizione, che assicurava abbondanti risorse agricole, Cuma non restò a lungo semplice emporio commerciale ma divenne presto una colonia di popolamento. I nuovi insediamenti intrattennero buoni rapporti con le popolazioni locali, anche se non si potè evitare lo scontro con l’altra potenza affacciata sul Tirreno: quella etrusca. Cuma conseguì una prima grande vittoria contro gli Etruschi nel 524 a.C., e una seconda nel 474, con l’aiuto di Ierone, tiranno di Siracusa, il quale ne approfittò per spingere la sua egemonia fino al golfo di Napoli (l’antica Parthenope). Iniziava così il declino della colonia, che nel 421 a.C. sarebbe stata occupata dai Sanniti. Questa travagliata vicenda storica permette di capire come siano rimaste solo scarsissime tracce del primo insediamento coloniale greco. · Paestum: Il nome del villaggio indigeno, Paestum, riemerse dopo la conquista lucana e fu poi adottato dai romani. La città, benchè protetta dalla sua posizione naturale, più elevata rispetto alla pianura circostante, era difesa da una cinta muraria. La struttura del centro abitato è tipicamente greca. I greci in Puglia· Taranto:Verso il 706 a.C. gli Spartani fondarono la città di Taranto. Numerosi sono gli elementi che collegano la città a Sparta, tra tutti ricordiamo il culto delle stesse divinità. Taranto era anche un porto e luogo di sosta delle navi provenienti da Oriente nelle loro rotte di cabotaggio. Divenne famosa per le sue terrecotte esportate in tutto il Mediterraneo e per le statue dei templi e dell’agorà. Celebre era anche la cavalleria, artefice di molte vittorie e fino al 280 a.C. la flotta navale tarantina era superiore a quella romana. Nel 473 a.C. gli abitanti di Taranto cercarono invano di conquistare la capitale messapica Manduria. Al pari di Archimede a Siracusa, va ricordato qui Archita, ingegnere tarantino che dispose tutti i sistemi di difesa della città e fu capo della lega italiota che aveva capitale in Heraclea. La sua morte segnò l’inizio della decadenza di Taranto di fronte all’ascesa sannita e romana. Taranto in seguito conobbe le guerre puniche e restò inizialmente fedele a Roma che più tardi però tradì con la venuta di Annibale. Nel 209 a.C. la città cadde definitivamente sotto il dominio romano e vennero deportati i suoi abitanti.· Gallipoli: Gallipoli, rimase città greca per molto tempo, e solo nel 266 a.c. fu resa tributaria di Roma, ed elevata al rango di “Municipium” . Conobbe ricchezza e splendore nel 109 a.C. quando, con decisione imperiale, fu prolungata la via Traiana da Brindisi sino a Gallipoli. Durante il periodo bizantino venne fortificata e divenne punto chiave dei territori bizantini. I Greci in SardegnaNonostante le testimonianze dei rapporti fra la Sardegna e le genti micenee, troviamo alcuni secoli in cui la presenza o, comunque, le tracce di un rapporto delle genti dell’isola con il mondo greco sono assenti. I secoli dalla fine del II millennio fino all’VIII secolo coprono un periodo estremamente complesso durante il quale le genti cipriote e fenicie, affacciatesi sul Mediterraneo Occidentale, ebbero contatti e intrapresero rapporti commerciali da cui le popolazioni greche vere e proprie sembrano essere assenti. La situazione cambia nel corso dell’VIII secolo quando inizia la colonizzazione dell’ Occidente sia da parte dei Greci che dei fenici; esiste tuttavia una sorta di “confine” tra la colonizzazione greca e quella fenicia: quest’ultima infatti era interessata alla parte sud-occidentale del Mediterraneo. Non esistono però tracce di insediamenti greci in Sardegna e le testimonianze che abbiamo ci parlano di un commercio di materiali greci nell’isola tramite l’Etruria.
I Greci in Gallia· Marsiglia (Massalia):Marsiglia fu fondata nel 600 a.C. dai Focesi nel Lacydon, un’ansa ben protetta della costa francese la cui scelta probabilmente è legata all’accesso ad una delle vie dei metalli, elemento di congiunzione per i vari scambi commerciali. Il nome non sembra greco ed è forse di origine ligure. E’ possibile che gli Ioni di Focea siano stati preceduti sul luogo dai Fenici: più certamente dai Dori di Rodi. La fondazione di Marsiglia da parte dei Focesi si collega a tutto un insieme di spedizioni nel mediterraneo occidentale fino a Tartesso al di là delle colonne di Ercole. I Tartessi di Cadice facevano con la Britannia il commercio dello stagno, il quale appunto attirò i Greci di Focea. Insediandosi a Marsiglia, questi si stabilirono allo sbocco di una via terrestre e fluviale (Rodano e Senna ), attraverso cui, con minor pericolo, poteva giungere loro lo stagno. Gli inizi della colonia furono difficili: essa dovette lottare da un lato contro l’ostilità dei Liguri, dall’altro contro la rivalità dei Cartaginesi e degli Etruschi. Gli indigeni dapprima avevano accolto senza ostilità i navigatori greci, ma non bisogna lasciarsi ingannare dalla concezione ottimistica greca che diede a quell’accordo precario un’apparenza di perpetua alleanza. Quanto ai Cartaginesi e agli Etruschi, essi si allearono contro i Marsigliesi, e dettero loro nel 535 nelle acque della Sardegna, una battaglia da cui questi uscirono vincitori, ma assai indeboliti. Pure, agli inizi del V e poi nel IV sec. a.C., due ordini di avvenimenti esercitarono un influsso favorevole per il destino di Marsiglia. Nel 480 i Cartaginesi erano battuti a Imera e nel 474 gli etruschi a Cuma dai Greci. I Celti, dapprima ostili, divennero ben presto filoelleni e la loro amicizia permise ai Marsigliesi di intensificare i traffici col retroterra. L’abitato si sviluppava a terrazze sulle pendici dei colli e con isolati regolari nelle zone basse, utilizzando come materiali da costruzione pietra, legno e mattoni crudi. Nella città la classe preminente era l’aristocrazia mercantile, che trovava espressione nella stabilità delle sue istituzioni come quelle di un oligarchia equilibrata e nella quale il potere viene ad essere concentrato in una gerarchia ascendente: un corpo politico limitato alle famiglie nobili, un’assemblea di 600 timùchoi, un cosiglio dei quindici. Le leggi imponevano costumi nei quali dominavano la fedeltà alle antiche tradizioni, l’austerità e la disciplina: limitazione del lusso dei funerali e della dote delle ragazze, interdizione del consumo del vino alle donne, obbligo di depositare le armi per gli stranieri che entravano in città, limitazioni all’affrancamento degli schiavi etc… I culti e le feste religiose celebrati a Marsiglia e nelle sue colonie erano strettamente legati alle origini ioniche della città. Il culto principale era quello di Artemide Efesia, che aveva un tempio sull’acropoli della città, affiancato da quello di Apollo Delfinio; erano venerati anche Atena, Dioniso, Apollo Thargelios, Leucotea e Zeus Patroos. Le informazioni sulle tecniche funerarie in età arcaica sono scarse ma possiamo dedurre dal ritrovamento di tre necropoli principali (una ad est, una a nord e una sulla sponda meridionale), che i morti venivano inumati o cremati. Nella città molto importante era la produzione di vasellame in ceramica, a pasta chiara e grigia, e in bucchero e di vino; nella stessa zona il ritrovamento di due relitti testimonia le numerose attività commerciali. Il IV sec. fu un’ epoca aurea per Marsiglia. In questo periodo la città conobbe diverse modalità di espansione. Una consistette nel controllo dei traffici lungo e oltre la valle del Rodano, l’altra consistette invece in spedizioni marittime e nella fondazione di avamposti commerciali che avevano anche la funzione di punti di appoggio militare sulle coste per difendersi dagli attacchi delle navi dei pirati liguri. Fra le colonie di Marsiglia, soltanto Olbia, “La Felice”, è stata collocata con certezza. Si tratta di un insediamento quadrato, delimitato da una cinta di mura in grosse pietre grezze, nella quale si apriva un’unica porta. All’interno di tale quadrato l’abitato si organizzava secondo un piano geometrico: due grandi assi ortogonali definivano quattro quartieri, ognuno suddiviso in dieci isolati rettangolari, separati da viuzze. Scambi Commerciali con il Mondo Celtico e Iberico Il legame tra il mondo celtico e i Greci appare, oltre che a Marsiglia e dai relitti rinvenuti nella costa azzurra, nelle “residenze principesche”, a Fürstensitze, dove si possono ritrovare prodotti di origine greca (soprattutto ceramiche e vino). Gli scambi con le residenze erano limitati internamente da altre residenze conservatrici che cominciarono ad opporsi ad essi a partire dal V sec. a.C.: i segni di ostentazione, rappresentati dai vasi greci, sono più presenti verso Borges o a Brogmy. Nel mondo Iberico gli scambi erano caratterizzati prevalentemente da vasellame attico, infatti ne è sta ritrovato molto nella necropoli di Medellin. Oltre alle anfore, da ricordare sono le suppellettili e tutti gli oggetti da tavola reperiti da scavi archeologici. Si verificò una razionalizzazione del commercio che seguì una certa razionalizzazione della produzione: si vendeva ciò che era smerciabile sul mercato indigeno. I venditori che si succedevano, una volta appreso cosa veniva abitualmente richiesto dai compratori (una certa forma piuttosto che un’altra…), si trovavano sottomessi ad una catena di limitazioni: da una parte quelle di una produzione standardizzata (da cui la serie), dall’altra quelle delle difficoltà di trasporto e della ricerca necessaria di un guadagno.
L’EVOLUZIONE DELLE TECNICHE DI NAVIGAZIONE:dalla pentecontera alla trireme.
Nel corso della colonizzazione, come abbiamo già detto, le navi vennero perfezionate, anche se noi conosciamo di più l’evoluzione della marineria militare rispetto a quella mercantile. L'evoluzione delle imbarcazioni militari e' scandita dalla bireme, derivante dalla pentecontera che aveva venticinque rematori per banda. La pentekòntoros (come ci dice anche Esiodo) aveva i vogatori su di un unico livello ed era interamente aperta e senza ponte. La bireme del V secolo, da essa derivata, aveva presumibilmente una lunghezza di 24-25 metri e una larghezza di poco superiore ai tre metri. Successivamente viene introdotta la trireme (o triere), che, a sua volta, per semplificazione, dà origine ad una bireme perfezionata, tipica del IV secolo a.C. che era lunga venti metri e larga due metri e cinquanta: era più piccola quindi della bireme del V secolo, ma presentava il vantaggio di essere più robusta e più facilmente manovrabile. Le trieri invece misuravano circa quaranta metri di lunghezza e sei metri per la larghezza ed aveva 170 vogatori. Ai marinai spettavano le incombenze specificatamente nautiche e soprattutto la manovra delle vele che non erano mai più di due: una grande vela quadra portata da un albero maestro, collocato a mezza nave, e una più piccola portata da un albero minore a prua. Questa nave che fu strumento di grandi prodezze di voga e rappresenta l’applicazione più fortunata di un principio tecnico conosciuto solo dalla marineria del mondo mediterraneo e di qualche area ad esso vicina: il principio della nave a remi con vogatori disposti su più livelli. La disposizione dei vogatori è legata al modo di costruire le navi e di concepire la guerra navale, quindi al modo di costruire tutta la guerra.La triere infatti è la manifestazione più chiara ed evidente del pensiero tecnico che ha improntato non solo un momento importante nella storia della nautica o dell’arte della guerra, ma un’epoca di storia politica e sociale. Questa nave esemplifica una filosofia costruttiva che mira a concentrare la massima potenza propulsiva con uno scafo il più possibile maneggevole. Per incrementare la potenza di propulsione furono aggiunti vogatori su più livelli sfruttando dunque l’altezza dello scafo. Trasformazioni più complesse della trireme sono le quadriremi e le quinqueremi, costruite dai Greci di Siracusa nel IV secolo a.C. I diversi livelli di disposizione dei vogatori, nella trireme, non sono da immaginare come sovrapposti, ma come le batterie di un vascello e i vogatori dell’ordine superiore con i piedi sopra le teste di quelli dell’ordine inferiore. La differenza di altezza tra questi ordini di remi non doveva superare in nessun caso il metro e doveva ridursi alle poche decine di centimetri per gli scalmi. Essa rappresenta il minimo indispensabile per poter ridurre l’interscalimo, giocando su una diversa distanza e una diversa altezza rispetto al galleggiamento. E’ stata l’introduzione di nuovi ordini di remi a portare non solo alla nascita della triere ma anche alla sua successiva evoluzione in tetrères, pentères, dekères. Riguardo ai materiali di costruzione sicuramente molto apprezzato era il legno. Ben testimoniata è la predilezione per un legno leggero di varie conifere, soprattutto per le navi da guerra in cui la leggerezza era più apprezzata della durata e spesso anche della robustezza. Pinus e olnus (l’ontano) insieme a abies e elàte diventarono addirittura sinonimi di nave. Apprezzato era anche il cipresso e, per gli orientali, il cedro, anche se il legno classico era la quercia usata soprattutto per le parti più robuste dello scafo.
LE TRIERI A REMI E A VELACome abbiamo visto, il funzionamento della triere si fondava sull’utilizzo dei remi, ma la triere andava anche a vela, pur se soltanto durante i lunghi spostamenti, e mai in battaglia infatti nelle battaglie antiche la vela poteva servire al massimo per sottrarsi all’inseguimento del vincitore, ma generalmente è ben testimoniato che prima della battaglia si sgombravano e alleggerivano le trieri, lasciando a terra non solo le vele ma addirittura gli alberi. La vela sostituiva i remi ogni volta che le condizioni del vento e del mare lo consentivano mentre più raro era l’uso contemporaneo di remi e vela. Un’imbarcazioni a vela e una a remi presentano infatti principi costruttivi diversi, di conseguenza un’imbarcazione a remi non potrà avere un bordo alto come una a vela. In conclusione possiamo dire che le marine antiche, senza eccezione anche se in grado un po’ diverso, fecero le spese del fatto che le esigenze dell’andare a remi sono inconciliabili o opposte a quelle dell’andare a vela, in termini di forme dello scafo. Poiché la guerra si poteva fare solo a remi, si tenne sempre conto molto più delle prime; ma non si rinunciò neanche alla vela, perché facilitava grandemente gli spostamenti, quindi era anch’essa essenziale per la strategia. Fra le opposte esigenze, fu sacrificata la sicurezza, con risultati prevedibili. Le trieri a remi e a vela furono dunque utilizzate per garantire spostamenti sempre più agevoli e per ottenere migliori prestazioni in battaglia, principio che seguirono tutte le imbarcazioni dell’età classica.
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