ORVIETO - "Istituto di Istruzione Artistica e Classica"

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Mare Nostrum

 Circa cinque milioni di anni fa, il Mar Mediterraneo, il cui nome significa letteralmente “centro del mondo”, era una vallata profonda e secca che divideva tre continenti: Europa, Africa e Asia, fino a quando un cataclisma fece una breccia nel muro di contenimento dell’Oceano Atlantico ad ovest, verso l’odierna Gibilterra. In un processo durato moltissimi anni, una gigantesca cascata di acqua ha incominciato ad inondare l’intero bacino mediterraneo, facendo nascere un nuovo mare.

Nell’insieme il Mediterraneo è un mare profondo dai 3000 ai 4000 metri ed è piuttosto chiuso. Le coste africane ed asiatiche sono aride e piatte, mentre le coste europee, anche se non soggette a piogge pesanti, sono verdi e montagnose, con un clima più temperato. In generale, il clima è tiepido e mite: per l’appunto definito “mediterraneo”. E’ influenzato dall’aria calda e secca proveniente dal Sahara durante l’estate e dall’aria più umida e fredda dell’Atlantico durante l’inverno. Questo clima, tuttavia, si è dimostrato assai favorevole allo sviluppo della civiltà e all’insediamento umano.

Sono numerosi i popoli che prosperarono intorno al Mediterraneo laddove vi erano provviste di acqua pura e terre fertili e dove le conformazioni collinose garantivano una certa sicurezza contro gli attacchi esterni. In condizioni favorevoli, gli insediamenti dettero luogo a diverse civiltà. Il mare è sempre stato un mezzo di comunicazione, ma anche un ostacolo e un pericolo. Esso ha messo subito in comunicazione genti molto diverse, perché le distanze e le onde limitate permettevano a piccole imbarcazioni di navigare anche a vista. Lo specchio d’acqua tra i continenti, Mare Nostrum dei Romani, attrasse anche popoli lontani: Normanni, Russi, Turchi, ecc… Questo mare ha sempre riscosso interesse perché dominava l’accesso all’Oriente, era una scorciatoia per importanti mercati e avvicinava alle fonti di materie prime. Pirateria e schiavitù hanno tormentato, tuttavia, per millenni la vita sulle sue coste, tranne brevi periodi della civiltà romana in cui un ordine internazionale impediva l’impunità. Spesso lo stesso mare costituiva anche un pericolo poiché si infuriava e le vie di comunicazione divenivano una trappola mortale.

I diversi popoli crebbero ed estesero la loro influenza e il loro potere a seconda dei loro progetti espansionistici, arrivando alla creazione di veri e propri imperi.

Si può dire che il Mediterraneo fu la culla delle più antiche civiltà, veicolo di scambi commerciali e culturali, luogo di incontro e di scontro tra i popoli che si affacciavano su questo bacino. Tra le popolazioni più antiche ci furono gli Egizi, la cui agricoltura permise di prosperare e la loro civiltà, in costante crescita, diventò una tra quelle che durarono più a lungo in tutto il Mediterraneo, si sviluppò, infatti, per circa 3000 anni. I venti costanti che soffiavano verso l’interno favorirono l’estendersi della loro influenza principalmente lungo tutto il Nilo, piuttosto che verso il Mediterraneo o lungo le sue aride coste. In ogni caso nel basso Egitto avvenivano commerci con le altre popolazioni affacciate sul mare.

Anche i Persiani iniziarono a scambiare le loro merci, sia a valle lungo il fiume verso l’oceano Indiano, sia attraverso il deserto fino alle rive del Mediterraneo, luogo d’incrocio dei traffici tra Africa, Asia ed Europa. Mentre gli Egizi commerciavano fra di loro principalmente lungo il Nilo, i Fenici, che disponevano, per sostentarsi, solo di una striscia stretta di terra fertile lungo la costa, che corrisponde all’attuale Libano, non potevano che guardare verso il mare per sperare in uno sviluppo. In un certo senso fu un obbligo diventare navigatori internazionali. Le coste offrivano insenature per porti naturali, ma i “marinai”, all’occorrenza divenivano pirati e predoni, trasportavano e commerciavano qualsiasi cosa: non solo merce, anche molte idee nei paesi vicini quali la Mesopotamia, l’Egitto e tutti gli altri paesi con cui vennero in contatto. Essi seguivano tre rotte di navigazione: una verso nord, un’altra verso sud e l’ultima verso ovest. La caratteristica peculiare della civiltà fenicia è quella d’essersi lanciata alla colonizzazione dei posti più importanti del Mediterraneo, da un punto di vista sia strategico che commerciale.

Le città fenicie erano prive del retroterra necessario ad un ampio e soddisfacente sviluppo agricolo: la spinta esercitata da oriente dall’impero assiro contribuì, quindi, a creare nelle popolazioni fenice una vocazione marinara che li spinse a solcare con le loro navi ogni golfo dei mari allora noti, alla ricerca di materie prime. In un tempo relativamente breve, ogni recesso del Mediterraneo fu esplorato e le risorse delle più lontane terre rivierasche vennero imbarcate per contribuire alla produzione delle botteghe artigianali delle città. In un susseguirsi e un sovrapporsi di mito, tradizione e realtà, tutte le terre che nel corso dei secoli rappresentarono per gli antichi popoli l’estremo limite del mondo, furono scoperte e visitate per la prima volta dai naviganti fenici.

Che queste genti fossero gelose custodi degli itinerari verso le terre lontane da loro scoperte è dimostrato da un aneddoto che descrive la storia di un capitano fenicio. Questi, inseguito da navi greche, preferì gettare la sua imbarcazione sugli scogli pur di non essere costretto a rivelare al nemico la rotta verso Occidente.

La parte più interessante della storia dei Fenici è forse proprio quella riguardante la loro espansione in tutte le regioni del bacino mediterraneo, dominando e controllando il mare per oltre quattro secoli. La colonia, che è il simbolo di questa attività commerciale e marinara dei Fenici e il cui destino strettamente si legherà a quello di Roma, è Cartagine, la quale si trovava esattamente al centro del Mediterraneo. La colonia divenne ben presto città autonoma e, poi, un formidabile impero economico e commerciale, una potenza di primissimo piano, creatrice a sua volta di nuove colonie e per lungo tempo ago della bilancia della vita politica mediterranea.

Dal IX secolo a.C. i Fenici estesero i loro commerci nel Mediterraneo occidentale. Dato che facevano un viaggio piuttosto lungo per poter sfruttare le miniere, avevano bisogno di fare scalo lungo la rotta per rifornirsi di viveri e d’acqua, per trovare rifugio dalle tempeste, per riparare eventuali guasti alle navi. Perciò stabilirono colonie in luoghi di facile approdo. Nell’VIII secolo a.C. essi fondarono molte colonie anche in Sardegna. Nate come porti, in cui fare scalo, le colonie sarde divennero sede di commercio con popolazioni locali, con le quali i Fenici ebbero sempre rapporti pacifici ed amichevoli: quelle del sud e dell’ovest divennero floride città-stato con un attivo commercio.

Un’altra civiltà che si sviluppò su questo mare fu quella degli Etruschi. Nel lungo periodo che intercorre tra l’arrivo dei mercanti siro-egiziani ed egeo-anatolici sulle coste dell’Italia (XV- XII secolo a.C.) e la colonizzazione storica dell’Italia meridionale (VIII secolo a.C.), i primi audaci naviganti etruschi erano già in contatto con quanti si avventuravano sulle coste d’Italia e delle sue isole. Inoltre gli Etruschi commerciavano con la Corsica e la Sardegna; ma i loro traffici furono disturbati dai navigatori e dai mercanti Focesi che non potevano aprire uno scalo nella costa Tirrenica per l’ostilità degli Etruschi. Per questo dovettero creare una colonia ad Alalia, sulla costa orientale della Corsica, di fronte all’Elba, isola etrusca. Circa trent’anni dopo la sua fondazione ebbe luogo una grande battaglia navale tra Focesi da una parte ed Etruschi e Fenici dall’altra. La battaglia si concluse con la sconfitta dei Focesi, in minoranza numerica di navi, e con la definitiva supremazia degli Etruschi sul mar Tirreno.

I più importanti scali dell’Etruria erano: Populonia, Gravisca, Pyrgie e Punicum. Il nome di Populonia ci è stato tramandato dai Romani, ma originariamente era “Pupluna” o “Fufluna”. In particolare questa regione, forse l’unica così vicina al mare, si distingueva dalle altre per il commercio dei minerali che venivano estratti dalla zona limitrofa e dall’isola d’Elba. Sfruttamento del rame e lavorazione del bronzo erano i capisaldi del commercio marittimo, su cui la città andò sviluppandosi. Nel V sec. Populonia estese la sua supremazia commerciale su tutta l’isola d’Elba e creò scali per il suo commercio anche in Corsica a conferma della sua vocazione mercantile. A conferma di questo, vi sono delle monete coniate sulle quali appare l’ancora o i delfini o un tridente. Si sono trovati pozzi e gallerie, da dove venivano estratti lo stagno e la cassiterite. Grande, quindi, fu la notorietà di Populonia nei commerci dei minerali e probabilmente nel monopolio dei traghetti con l’Elba. Le tombe stesse hanno restituito corredi in cui sono frequenti oggetti provenienti dalla Grecia e dal Vicino Oriente, il che dimostra appunto l’importanza dei traffici marittimi.

Furono i Greci, però, a dedicarsi alla colonizzazione del Mediterraneo, dando origine a un commercio molto attivo e alla diffusione del greco come lingua commerciale. Numerosi sono i miti e le leggende ambientati nel Mar Mediterraneo. Tra i più importanti troviamo quelli riguardanti Eracle e Iolao, i quali narrano del loro viaggio nel Mediterraneo occidentale. Il percorso che si riteneva fosse stato seguito dall’eroe in Occidente, in Spagna, nelle Gallie, in Italia e in Sicilia era contrassegnato da santuari dedicati ad Eracle. In seguito a questi miti Iolao è divenuto simbolo della navigazione greca. Anche Omero ambientò uno dei suoi grandi poemi, l’Odissea, nel Mediterraneo. Sicuramente è stata ispirata da tanti paurosi e stravaganti racconti di marinai dell’antichità al ritorno dalle loro esplorazioni dell’allora sconosciuto Mare Mediterraneo. Molti luoghi descritti nell’Odissea sono stati collocati dagli studiosi sulle sue coste.

Per quanto riguarda i Romani, l’impulso conferito da essi allo sviluppo della navigazione marittima, conseguì nel Mediterraneo dei risultati straordinari. La facilità delle comunicazioni marittime tra tutte le rive del mare favorì la romanizzazione dell’impero. I Romani non erano un popolo marinaio e quindi dovettero “copiare” le navi fenicie e costruirne molte per contrastare la flotta nemica. Dopo aver conquistato la Sicilia e poi Cartagine stessa, divennero i nuovi dominatori del mare Mediterraneo, da allora conosciuto come Mare Nostrum.

L’impero romano, che controllava tutte le coste del Mediterraneo, si estese moltissimo e comprendeva la Britannia, la Dacia, la Germania ed il vicino oriente.

Il Mediterraneo fu teatro del confronto di tutte le potenze marittime rivierasche; le aree di dominio esclusivo erano controllate dalle flotte da guerra e regolate da appositi trattati navali. Nel bacino occidentale operavano soprattutto Cartagine, Marsiglia, gli stati dell'Etruria e le marinerie della Campania; nello Ionio, Taranto e Siracusa; nel Mediterraneo orientale e mar Nero, Rodi, i regni di Pergamo, di Macedonia, del Ponto, di Siria e d'Egitto, e una moltitudine di altre città elleniche. Il commercio marittimo, già fortemente condizionato dai vincoli e divieti presenti nelle varie aree controllate da tali potenze e dai rischi derivanti dalle situazioni di conflitto in atto sui mari, era anche soggetto al depredamento da parte dei pirati che infestavano tutte le acque in cui potevano impunemente condurre i loro lucrosi agguati.

La sicurezza del mare venne, poi, definitivamente assicurata dalle vittorie navali riportate dal romano  Marco Agrippa, ammiraglio di Ottaviano, contro le nuove flotte piratiche di Sesto Pompeo e contro la flotta della coalizione orientale diretta da Antonio e Cleopatra.

Roma sancì la libertà di utilizzo del mare in qualsiasi modo, purché non venissero lesi i diritti altrui. Ciò si basò sul convincimento che il mare rientrasse nel novero delle res communes omnium, cioè nella categoria dei beni che appartengono a tutti e che possono pertanto essere liberamente utilizzati da chiunque. Si trattava di un principio profondamente radicato fra i Romani, tanto da essere ripetuto dai maggiori scrittori latini, come Plauto, Cicerone, Virgilio ed Ovidio, oltre ad essere oggetto di precise norme di legge, che vennero poi in buona parte trascritte nelle monumentali raccolte, Codice, Istituzioni e Digesto, volute dall'imperatore Giustiniano.

Il principio generale di libero utilizzo del mare includeva naturalmente anche la libertà di sfruttamento delle risorse marine. Il più comune campo di applicazione di tale libertà era, a quei tempi, quello della pesca, attività fiorente in tutte le acque del Mediterraneo, come ci viene confermato dalle infinite illustrazioni di placide scene di pesca negli affreschi e nei mosaici presenti su tutte le rive del bacino. Altre applicazioni erano relative all'utilizzo della stessa acqua del mare, per uso medico, per esigenze culinarie o nella realizzazione di ardite ed ingegnose strutture costiere per l'allevamento dei pesci e dei crostacei marini.

Se la possibilità di sfruttare liberamente le risorse del mare costituiva già un importante fattore di benessere per tutte le popolazioni rivierasche, ben più importanti ricadute vennero conseguite dalla legislazione romana per aver sancito - con il principio del libero utilizzo del mare - anche e soprattutto il principio basilare della libertà di navigazione.

Prima di allora ogni nazione vincitrice non mancava di privilegiare il proprio commercio marittimo imponendo severi vincoli a quello della nazione vinta. Anche Roma si era sistematicamente avvalsa di quella facoltà nel corso della sua espansione transmarina. Ma quando i Romani ebbero acquisito su tutto il Mediterraneo la più assoluta forma di dominio del mare che sia mai stata concepita -non solo il controllo, ma anche la sottomissione dell'intero mare alla propria legge-, la stessa legislazione di Roma garantì la libertà di navigazione, rendendo operante a favore di tutti il criterio della salvaguardia dell'interesse comune.