ORVIETO - "Istituto di Istruzione Artistica e Classica"

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Ostia antica

 L’antica città romana di Ostia,dal latino “ostium”,foce,si trovava in un ambito territoriale abbastanza diverso da quello attuale,poiché con il corso del tempo, ha subito diverse modificazioni:

-una linea di costa arretrata di circa 4 km rispetto all’ attuale

-un’ansa del ramo principale del Tevere cancellata improvvisamente

-uno stagno non più esistente che comunicava con il mare attraverso un canale

-la presenza di saline che si estendevano tra il fiume e lo stagno

Ostia non era certo una città isolata: la via Ostiense e, a partire dal III secolo d.C., la via Severiana collegavano la città al territorio circostante.

Le origini di Ostia sono, ancora oggi,poco chiare: la tradizione è concorde nell’ attribuire la fondazione della città ad Anco Marzio,quarto re di Roma.

Ostia sarebbe stata fondata quando, distrutta Alba dai primi re, Roma entrò in conflitto con gli Etruschi per garantirsi, oltre allo sbocco al mare, anche l’ approvvigionamento del sale.

Nel sito attuale di Ostia i principali edifici cittadini quali templi, basiliche, ed edifici pubblici in genere. Tutte le strade della città romana erano perpendicolari al cardo o parallele al cardo e al decumano, formando isolati squadrati e irregolari. Questo tipico “reticolo” era rotto, alle volte, dalle linee oblique dei percorsi preesistenti, di cui si voleva preservare la memoria.Le mura infine, in corrispondenza dei due assi principali, presentavano monumentali porti di accesso. Ostia non fa eccezione a queste regole. Nel suo assetto urbano sono riconoscibili due impianti, uno interno all’ altro: il primo del IV sec. a.C., le cui mura sono costituite da grossi blocchi di pietra sovrapposti, opus quadratum; il secondo, più tardo, concentrico al primo, racchiuso da mura in laterizio risalenti all’ 80 a.C. con tre porte superstiti aperte in corrispondenza rispettivamente della via Ostiense  -porta Romana-, della via Laurentina -porta omonima- e del decumano massimo -porta Marina-; verso il fiume mancavano strutture fortificate. Naturalmente, i nomi delle porte sono moderni.

All’ interno di questo perimetro si è sviluppata a partire dal II sec. a.C. in poi la città, che nel suo momento culminante ,II-III sec. d.C., vantava circa 50.000 abitanti, con magazzini, mercati, grandi caseggiati, templi, basiliche, ninfei e terme.

ATTIVITA’  PORTUALI

Nell’ economia mediterranea il commercio di frumento attraverso gli scambi a lunga distanza ha sempre costituito il fulcro fondamentale per la sopravvivenza dei grandi agglomerati urbani, per il cui mantenimento non erano sufficienti le risorse locali. La sopravvivenza della città si basò principalmente sulle importazioni e in primo luogo di un genere di prima necessità come il frumento.

Il complesso dei vari aspetti concernenti l’ approvvigionamento viene generalmente indicato con il termine di annona,l’ insieme delle attività destinate ad assicurare l’ adeguato rifornimento della cittadinanza fu indicato con il nome di cura annonae;le necessità della popolazione romana portarono alla progressiva formazione di istituzioni specifiche per garantire questo servizio, che proprio per la loro importanza vennero controllate in maniera sempre più diretta dalla autorità statale, tanto che in età Augustea fu creata la carica del praefectus anonae.

La creazione del complesso meccanismo annonario sembra risalire all’ epoca delle guerre annibaliche quando nel 123 a.C. Caio Gracco introdusse la Lex Sempronia Frumentaria, le cosiddette  frumentationes, cioè le distribuzioni dei generi alimentari; questo provvedimento rimase in vigore fino al VII sec. d.C. anche se mutarono sia la qualità che la quantità delle distribuzioni, che il numero e le caratteristiche dei beneficiari.

Per comprendere la portata delle attività commerciali del porto che serviva all’ approvvigionamento dell’ Urbe,all’ importazione del frumento va aggiunta naturalmente tutta un’ altra gamma di prodotti, sia generi alimentari che strumenti di uso quotidiano e prodotti di lusso.E’ interessante capire dove e attraverso quali meccanismi fosse possibile reperire queste ingenti quantità di merci; il mutare delle condizioni storiche e politiche ebbe delle ripercussioni sulla scelta dei territori,in cui acquisire i prodotti in epoca tarda: ad esempio dalle province africane venivano la fonte principale di approvvigionamento, mentre l’ Egitto era ormai divenuto il granaio ufficiale.

Il complesso procedimento ideato per rifornire Roma di generi alimentari investiva naturalmente molti e disparati campi, coinvolgendo una serie innumerevole di persone.

Il reperimento dei prodotti avveniva, infatti, attraverso l’imposizione di tasse in natura alle province, toccando direttamente sia i funzionari addetti alla riscossione che i proprietari e gli stessi lavoranti;un’altra parte dei prodotti doveva essere acquistata direttamente sul posto, esportata dai produttori e da mercanti di professione, per alimentare il mercato.

Le derrate dovevano essere trasportate dal luogo di produzione a quello di imbarco, caricate sulle navi e fatte giungere attraverso rotte marittime al porto di cui si serviva la Capitale;qui si effettuava il trasferimento dei carichi dalle navi ai battelli fluviali per risalire il Tevere fino al portus Tiberinus.

Il trasporto delle merci era regolato da norme la cui severità era giustificata dall’importanza determinante dell’arrivo dei rifornimenti e la necessità di evitare ritardi che avrebbero causato la carestia.

L’ occasione di trasportare grandi quantità di frumento doveva favorire i tentativi di frode e di speculazione: per questo emerge dalla documentazione offerta dal Codex Theodosianus una grandissima preoccupazione da parte del fisco imperiale, che si esprime attraverso continue ispezioni e controlli sia quantitativi che qualitativi della merce.Il trasporto era gestito dalla corporazione dei navicularii che dovevano assolvere agli oneri di costruire, riparare e condurre le navi al servizio della annona statale. Essi a loro volta si dividevano in varie corporazioni:

-i commercianti di stoppa e corde –stuppatores- molto importanti in una città marinara come Ostia;

-i conciatori di pelli -pelliones- ;

-i naviganti con navi di legno -naviculariorum lignarum-;  

-i commercianti di grano simboleggiati da un giovane con tunica che pareggia il prezioso alimento dentro un moggio con rasiera.

-gli armatori di Misa, ad est di Cartagine in Tunisia,individuati dalla scritta Naviculari Misuenses Hic ;

-gli armatori Musluvinium in Mauritania – Naviculari Mvslvitani-

-gli armatori di Diarry, cioè Hippo Diarritus, odierna Diserta in Tunisia;

-i commercianti di Cabrata (Libia) che trafficavano in avorio;

-gli armatori di Cartagine in proprio individuati dalla scritta Naviculari Karthaginiensis De Suo;

-gli armatori Turritani e Karalitani;

-i commercianti di Narbo Martius in Gallia –Narbonenses-;

-gli armatori di Korba -Curbitani-.

Inoltre molti altri ordini minori,come i Palancarii che trasportavano le merci su carretti e i Suburarii esperti nel sistemare la zavorra.

 

L’IMMAGAZZINAMENTO DELLE MERCI

Dal momento che uno dei principali problemi che l’amministrazione imperiale si trovò ad affrontare era proprio quella del rifornimento alimentare, risulta evidente anche l’importanza rivestita dagli edifici destinati ad immagazzinare le derrate, che dovevano essere strutturati in modo tale da consentire la migliore conservazione possibile per il maggior tempo possibile. Essendo il frumento il prodotto alla base delle importazioni, nella costruzione dei magazzini occorreva tenere in considerazione i particolari requisiti richiesti dal suo stoccaggio; 

gli Horrea dovevano essere collocati in un posto facilmente raggiungibile, dovevano avere spazi adeguati per le operazioni di carico e scarico delle merci e dovevano permetterne l’adeguata sorveglianza. A queste premesse bisogna aggiungere le caratteristiche dettate dalle necessità della conservazione del frumento, che doveva essere mantenuto fresco e asciutto per evitare l’insorgere di muffe e vermi; molto importante era lo spessore delle pareti degli horrea che doveva essere consistente per contrastare la pressione laterale del frumento, pari ai due terzi del suo peso. I principali requisiti a cui doveva rispondere questa tipologia di edifici riguardavano l’agevolazione di tutte le attività connesse con il trasporto, lo stoccaggio e il prelievo di grandi quantità di frumento e la sicurezza del prodotto immagazzinato, che doveva essere protetto tanto da furti e incendi che dal deterioramento dovuto ad una cattiva conservazione. Le prime esigenze erano soddisfatte attraverso l’adozione di un modello architettonico costituito da numerosi ambienti a cui fosse possibile accedere con facilità dagli ampi cortili su cui affacciavano; gli accessi dall’esterno dovevano essere in numero limitato e condurre non direttamente ai locali, ma ai cortili, per permettere un maggior controllo contro i furti. Per quanto riguarda i danni procurati dalla cattiva conservazione bisognava evitare che il frumento fosse esposto all’umidità, e in un rescritto al praefectus urbis si prescrive di non immagazzinare il frumento nella parte più bassa dei granai per far sì che non venga danneggiato dalla natura del luogo e dall’umidità.

Molto importanti erano le condizioni interne del granaio: l’umor veniva prodotto dal processo di traspirazione del frumento: se la temperatura all’interno del granaio fosse stata troppo elevata avrebbe innescato un processo di trasformazione chimica; il calore eccessivo, inoltre, avrebbe favorito l’insorgere di funghi e microrganismi. Ad esempio era prescritto che i granai fossero orientati a nord per usufruire dei venti secchi.

Al tempo dell’imperatore Aureliano risale un provvedimento che farà entrare nel meccanismo dell’approvvigionamento frumentario di Roma un’ulteriore categoria: le assegnazioni mensili di frumento a quanti ne avevano diritto vennero sostituite dalla distribuzione quotidiana di pane. Per attenuare questo cambiamento occorreva trasformare la materia prima giunta a Roma dalle province e depositata negli horrea statali in prodotto confezionato, e per questa operazione era necessario l’intervento dei pistores. L’assegnazione del frumento ai fornai doveva rispettare i tempi. Il suo trasferimento dagli horrea ai pistrina richiedeva un’intensa attività di trasporti gestita da un corpus Catabolensium. Il corpus pistorum rivestiva un ruolo fondamentale per la sopravvivenza alimentare di Roma, tanto che fu soggetto a restrizioni simili; gli oneri che i membri dovevano assolvere e ad essi si aggiungevano frequenti tentativi di frode perpetrati ai loro danni tanto che ebbero la possibilità di eleggere un patronus che tutelasse i loro interessi. In particolare i mensores potevano imbrogliare calcolando i quantitativi da assegnare ad ogni officina, mentre i caudicarii avevano l’occasione di sostituire il frumento di buona qualità con altro scadente durante il trasporto dei carichi lungo il fiume: per ovviare a quest’ultima eventualità il patronus pistorum , a cui spettava la responsabilità del frumento, aveva il dovere di mandare un digma -un campione di frumento- a Roma per permettere la verifica del prodotto.