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ORVIETO - "Istituto di Istruzione Artistica e Classica"
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Roma Roma e la conquista della supremazia navaleCostituita da una rude stirpe di contadini e pastori,ignara delle seduzioni e dei pericoli del mare,Roma affronta la nuova avventura con l’intrepidezza e la tenacia,che sono i tratti preminenti del suo carattere nazionale. L’ingresso dei Romani nella storia della grande guerra navale antica è stato ben presto stilizzato,dalla nostra tradizione storica e dall’immaginario comune,a tipico approccio al mare di un popolo che ad esso era stato profondamente estraneo,e affetto da un’inguaribile diffidenza nei suoi confronti. I Romani affrontano con maldestrezza ma determinazione un nemico tanto più esperto,un nemico marinaio,e dedito ai commerci Riescono,con un espediente semplice ma efficace,a imporre il loro modo di combattere e schiacciano,infine,l’avversario.Nel momento in cui i Romani sentirono l’esigenza di espandersi,ci fu una lotta tra la gens Fabia,che esortava all’espansione verso nord,e la gens Claudia,che invece, preferiva andare alla conquista del sud. Per il prevalere del potere di alcune famiglie più forti,l’esercito romano scese verso il mezzogiorno.Dopo aver acquisito,con la vittoria nella guerra tarantina,l’egemonia sull’intera penisola italica. Roma conquistò un ruolo di primo piano sulla scena del Mediterraneo.Ciò l’avrebbe inevitabilmente condotta a confrontarsi con le altre potenze che in quel momento controllavano quell’area,così importante sul piano strategico ed economico. Nel 266 a.C.,anno in cui i confini dello stato romano si estesero alle regioni meridionali della penisola,il Mediterraneo occidentale era dominato dalla potenza cartaginese. Negli anni in cui Roma si affacciò sul Mediterraneo,Cartagine era al culmine della propria potenza:aveva creato un impero che si estendeva dalle coste dell’Africa,alla Spagna,alla Sicilia,alla Sardegna,alle Baleari,si era ingrandita fino ad ospitare 400.000 abitanti, possedeva un porto assai attrezzato e una flotta militare e commerciale senza rivali.Inoltre la città africana aveva creato un impero che si estendeva dalle coste dell’Africa,alla Spagna,alla Sicilia,alla Sardegna,alle Baleari,nei cui confronti,a differenza di Roma che tendeva ad assimilare i popoli sottomessi ,esercitava una politica mirata alla pura e semplice dominazione e allo sfruttamento economico.Secondo la tradizione già in età monarchica Roma aveva siglato un trattato con Cartagine, in cui venivano definite le rispettive aree di influenza. Polibio1 ha tramandato i testi di ben tre trattati che Roma concluse con Cartagine a proposito delle attività navali,sia mercantili sia militari,prima del grande scontro. I rapporti tra le due potenze erano dunque improntati ad una tradizione di alleanze,anche perché fino alla metà del II secolo a.C. non vi erano state particolari ragioni di attrito:Cartagine era una potenza marittima e mercantile,mentre Roma era legata ad una economia principalmente agricola e ad una politica di terra ferma. Ma con la conquista romana dell’Italia meridionale le cose cambiarono drasticamente,e ciò divenne evidente allorché Roma cominciò ad orientare le proprie mire espansionistiche verso la Sicilia. Per la ricchezza delle sue messi e per la sua felice posizione lungo le rotte del Mediterraneo,l’isola appariva infatti come la naturale prosecuzione delle conquiste realizzate nell’Italia peninsulare. Due erano le potenze dominanti nel territorio siciliano:Cartagine,che controllava la porzione occidentale dell’isola,e la grande colonia greca di Siracusa,governata dal tiranno Gerone. L’occasione per l’accendersi del conflitto si verificò quando sia a Roma sia a Cartagine fu offerta l’opportunità di impadronirsi di Messina,una città che,grazie alla sua posizione,consentiva di controllare i traffici commerciali fra il Tirreno e lo Ionio. Roma,inviando le proprie truppe in Sicilia avrebbe violato i trattati sottoscritti con Cartagine,dando inevitabilmente origine nel 264 a.C. alla prima guerra Punica.Dal momento che Roma non era in grado di fronteggiare Cartagine sul mare,e allo stesso tempo Cartagine non poteva intervenire contro gli eserciti romani,si avviò,allora,una lunga guerra di logoramento. Nel 260 a.C. Roma decise di cambiare strategia:i Romani si accorsero che soltanto sconfiggendo la potenza navale cartaginese avrebbero potuto conseguire una vittoria definitiva. Essi allora si dotarono di una flotta costituita in massima parte da poderose quinqueremi,sostanzialmente simili a quelle cartaginesi e formarono ex novo i relativi equipaggi,sottoponendoli ad un intenso addestramento. La prima guerra Punica fu pertanto l’occasione per uno stupefacente salto di qualità della marina di Roma. Roma stabilì allora di allestire la sua prima grande flotta da guerra. Con questa decisione Roma si avviava a diventare una potenza navale. Benché le operazioni terrestri continuassero,le sorti del conflitto si decisero sul mare. In un solo anno vennero realizzate 100 quinqueremi e 20 triremi. Durante la battaglia di Milazzo i Romani si avvalsero del corvus,un espediente che permise loro di avere la meglio trasformando il combattimento navale in una lotta corpo a corpo,come sulla terraferma. Le navi avevano la prora munita di un rostro,sperone destinato a sventrare la carena delle navi nemiche. La vittoria decisiva si verificò nel 241 a.C. presso le isole Egadi,interrotti i collegamenti via mare,i Cartaginesi dovettero arrendersi. Così finì una guerra navale che secondo Polibio fu di gran lunga la più grande che si fosse vista fino al suo tempo,per numero di combattenti e imponenza di mezzi impiegati. Quindi,si può aggiungere con certezza,che essa fu la più grande in tutta la storia antica. Le acque del Mediterraneo non avrebbero più visto due potenze della stessa importanza fronteggiarsi con tanto accanimento,almeno fino a Lepanto. Essendo divenuti i padroni incontrastati del mare,i Romani ne approfittarono per cacciare i Cartaginesi non solo dalla Sicilia ma anche dalla Corsica e dalla Sardegna. I contatti e i legami fra Romani e Cartaginesi sono documentati dal primo trattato fra Roma e Cartagine ricordato e riportato in sintesi da Polibio1 che lo data ai prim anni della Repubblica, circa 509 o 508 a.C. Le limitazioni e le preclusioni alla navigazione e alle attivita' commerciali romane, che hanno il sapore di clausole imposte da Cartagine per prevenire improbabili imprese di Roma arcaica nei mari d'occidente, come si può vedere nella mappa, consistevano in tre zone:
Gli accordi specifici riguardanti Roma hanno un carattere difensivo rispetto a possibili iniziative cartaginesi, che, se citate, evidentemente debbono presumersi attuate o tentate. Si recita esplicitamente che i Cartaginesi debbono astenersi dall’arrecare danno ad Ardea, ad Anzio, ai Laurentini, a Circei, a Terracina e a tutti gli altri Latini soggetti a Roma, evitando anche tutte le città dei Latini non soggetti a Roma.Seguirono altri tre trattati come conseguenza dell'espansione romana prima nel Lazio poi nell'Italia meridionale. Nel secondo (348 a.Cr.) si ribadiscono piu' o meno le stesse clausole, ma accanto a Cartagine compaiono anche i popoli di Utica e di Tiro. Il terzo trattato (306 a.Cr.) ribadisce i due precedenti con la novità del riconoscimento cartaginese per l'ingerenza romana nell'Italia meridionale. Il quarto trattato (279 a.Cr.), quando Pirro incombe ad Anagni e Cinea propone la pace al Senato, vuole evitare che i Romani concludano una pace separata con l'Epirota. Dal trattato citato da Polibio emerge: “ A queste condizioni sia amicizia tra i Romani e gli alleati dei Romani e i Cartaginesi e gli alleati dei Cartaginesi:né i Romani né gli alleati dei Romani navighino al di là del promontorio Bello,a meno che non vi siano costretti da una tempesta o da nemici,qualora uno vi sia trasportato a forza,non gli sia permesso comprare né prendere nulla,tranne quanto gli occorre per riparare l’imbarcazione o per compiere sacrifici e si allontani entro cinque giorni. A quelli che giungono per commercio non sia possibile portare a termine alcuna transazione se non in presenza di un araldo o di un cancelliere. Quanto sia venduto alla presenza di costoro,se venduto in Libia o in Sardegna,sia dovuto al venditore sotto la garanzia dello stato. Qualora un romano giunga in Sicilia nella parte controllata dai Cartaginesi,siano uguali tutti i Diritti dei Romani. I Cartaginesi non commettano torti ai danni degli abitanti di: Ardea,Anzio,Laurento,Circei,Terracina,né di alcun altro dei Latini,quanti sono soggetti;nel caso di quelli non soggetti si tengono lontani dalle loro città:ciò che prendano,restituiscano ai Romani intatto. Non costruiscano fortezze nel Lazio. Qualora penetrino dai nemici nella regione,non passino la notte nella regione”.
L’IMPORTANZA DELLA NAVIGAZIONE PER I ROMANI Non disponendo di navi e di una ferrea determinazione nello sfruttare i molteplici vantaggi della navigazione, i Romani non avrebbero potuto imprimere nemmeno il loro nome nella storia. Senza avvalersi di questa, infatti, sarebbe stato impossibile conquistare e amministrare per loro un impero che si estendeva lungo l’intero perimetro di questo nostro mare immenso, quale era il Mediterraneo per gli antichi –secondo l’espressione usata da Cicerone in una sua celebre orazione[2]“Ormai da qualche tempo noi vediamo quel mare immenso, le cui condizioni di rischio minacciavano non solo i nostri viaggi via mare, ma persino le città e le vie militari. Ora invece, grazie al valore di Cn. Pompeo, dall'Oceano fino alla estremità del Ponto esso è controllato dal popolo romano come un solo porto sicuro e difeso da ogni parte…”- Le innumerevoli conferme di questo, derivano dai ritrovamenti archeologici disseminati nelle estese aree marittime dell’impero, così come lungo i suoi principali fiumi e presso ogni altra via o specchio d’acqua che i Romani solcarono con le loro navi. Basti pensare, al riguardo, che perfino il piccolo lago vulcanico di Nemi fu la sede di due navi imperiali, dalle caratteristiche tecniche certamente non inferiori a quelle delle grandi navi marittime. Sull’incompetenza romana per quanto riguarda la conoscenza mare, è, infine, giusto affermare che questa convinzione sicuramente contrasta con le avvenute conquiste nei secoli da parte dei Romani. Se infatti, davvero fossero stati poco esperti, non sarebbero mai riusciti a sconfiggere le antiche civiltà marittime colme di esperienza, conseguendo sempre un successo finale, come può fare solo chi sa individuare e porre in atto la migliore strategia, possedendo senza dubbio i migliori equipaggi. Sarebbe però riduttivo pensare che, per i Romani, tutto il pregio delle proprie navi consistesse nella loro capacità di imporsi su quelle nemiche, per rafforzare l’egemonia di Roma e per assicurare il commercio marittimo necessario all’approvvigionamento della città. In realtà, la sequenza storica degli eventi marittimi evidenzia un altro aspetto poco noto del mondo romano. In origine, come si è detto, i Romani iniziarono a navigare prima che sul mare, sul Tevere per importare i rifornimenti vitali, nonostante l’accerchiamento nemico. Difatti, tutta la vita, non solo commerciale, dell’antica Roma, dipendeva dal Tevere, che non era considerato semplicemente via di comunicazione ma anche oggetto di culto per il quale si svolgevano numerosi riti propiziatori. Ritornando all’ambito dei traffici commerciali, i Romani non appena ne ebbero la possibilità, svilupparono e potenziarono soprattutto quelli via mare. Trattandosi di un’attività che era tanto più redditizia quanto maggiori erano i rischi, la ricerca di buoni affari portò gli armatori Romani ad estendere sempre più le proprie rotte al di là delle aree soggette all’influenza di Roma. In tal modo, grazie alla spiccata intraprendenza di armatori e marittimi, le navi furono lo strumento che, più di ogni altro, contribuì alla straordinaria vitalità della politica estera dell’antica Roma, precedendo, incentivando e rendendo possibile la progressiva espansione romana oltremare. D’altra parte, tale espansione avvenne innanzi tutto e prevalentemente per via marittima. Infatti, dopo avere acquisito il controllo della nostra penisola, i Romani sbarcarono prima in Sicilia, in Sardegna ed in Corsica, poi sulla sponda occidentale della penisola balcanica, quindi sulle coste iberiche, successivamente in Africa, per poi proiettarsi sulle rive del Mediterraneo orientale, ad iniziare dalla Grecia e dall’Asia Minore. Tutte queste operazioni avvennero naturalmente con l’impiego di immani flotte da guerra. I Romani iniziarono a pensare alla Gallia Transalpina e ad altre conquiste prettamente terrestri solamente quando sbarcarono su queste coste. E comunque, anche nelle campagne continentali, essi seppero usare molto opportunamente le navi: costruirono delle grandi flotte oceaniche per poter assumere il controllo di certe particolari regioni marittime, come la penisola della Bretagna durante la guerra Gallica, o per aggirare dal mare le resistenze nemiche, come fecero più volte a nord della Germania, sotto il comando di Druso, di Tiberio e di Germanico. Queste stesse flotte vennero successivamente potenziate per gli sbarchi in Britannia effettuati da Cesare e da Claudio. Con l’avvento dell’impero, tuttavia, il ruolo delle navi subì un’ulteriore evoluzione. Valorizzando l’opera del suo grande ammiraglio Agrippa, Augusto diede avvio alla costituzione di quelle flotte militari permanenti che vigilarono sul rispetto della legalità in mare per tutta la durata dell’Impero. Altre flotte vennero poste sui due grandi fiumi di confine, il Reno e il Danubio, con funzioni di controllo e dissuasione. Nel frattempo, approfittando della durevole situazione di pace che si era instaurata all’interno dell’Impero, i traffici marittimi vennero potenziati, dando un deciso impulso alle costruzioni navali, creando nuovi porti, ampliando quelli vecchi, migliorando la rete dei fari e le infrastrutture. La navigazione nelle acque interne subì anch’ essa un analogo incremento, sia sul Tevere, per i rifornimenti di Roma dal mare e dall’entroterra, sia su tutti gli altri grandi fiumi e lungo un buon numero di canali navigabili scavati dagli ingegneri romani. GLI ITINERARI ROMANI E LA CULTURA NAVALE A ROMA Nell’Impero Romano, accanto alle molte opere geografiche, per lo più destinate agli studiosi, vi erano delle semplicissime guide di uso comune, chiamate itinerari, che descrivevano dei percorsi terrestri o marittimi mediante la mera elencazione delle località intermedie tra il punto di partenza e quello di arrivo, oltre alle distanze tra ciascuna località e la successiva. Gli itineraria si potevano distinguere in due tipi: o l’itinerarium adnotatum, che riportava le descrizioni dei luoghi con gli elenchi di vie, località e distanze; o l’itinerarium pictum, che era una vera e propria carta geografica o topografica. Un esempio di itinerarium adnotatum, tra i più ampi di quelli pervenutici, è l’Itinerarium Antonini Augusti, testo anonimo dell’inizio del III secolo, vera e propria guida stradale nella quale vengono fornite indicazioni su alcuni tragitti, con l’enumerazione delle mansiones e delle relative distanze. In questo è, inoltre, contenuta la parte che tratta del mare denominata Itinerarium Maritimum. Per ogni navigazione, esso delinea le rotte costiere che venivano consigliate ai comandanti meno esperti, fornendo una meticolosa elencazione di tutti i porti, degli ancoraggi e delle altre possibilità di ridosso esistenti lungo il percorso. Di tali possibilità il comandante doveva tener conto nel pianificare la propria navigazione, prevedendo le soste intermedie più appropriate alle proprie esigenze, o nel decidere di ridossarsi all’avvicinarsi di una tempesta. Potremmo considerare, quindi, questo genere di documento un testo di riferimento utile per ogni genere di navigazione costiera. Per quanto riguarda la dottrina navale a Roma è noto che tra l’enorme quantità di opere latine andate perdute, vi furono dei pregevoli trattati di arte navale, la cui conoscenza avrebbe consentito attualmente di comprendere meglio le efficienti ed innovative metodologie istituite dai Romani nel campo della navigazione e del dominio del mare. Ne conosciamo solo qualche titolo, come quelli dei numerosi Libri Navales di Marco Varrone andati perduti e gli Stratagemmi di Sesto Frontino, pervenuti mancanti proprio della parte navale. Ma ci fu certamente ben altro, dai trattati ad uso della marina mercantile ai regolamenti militari per le flotte imperiali. Una parziale traccia di tale letteratura ci viene da alcune opere che vennero scritte nel Basso Impero, ispirandosi ai testi più antichi allora reperibili. La più nota opera latina di tale periodo è il De re militari di Vegezio, alto funzionario imperiale di Teodosio il Grande -probabilmente comes sacrarum largitionum- vissuto tra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C. La sua opera è composta di quattro libri, è dedicata all’imperatore -non è specificato quale- che a sua volta ne aveva sollecitato la continuazione dopo che Vegezio gli aveva presentato il primo, e nelle intenzioni iniziali, unico libro, incentrato sul reclutamento di nuovi soldati; i successivi tre libri trattano l’inquadramento delle legioni, la condotta delle operazioni, la guerra d’assedio e quella navale. L’opera è un compendio -epitome- di opere precedenti tra cui quelle di Catone, Varrone, Vitruvio, Celso, Frontino, Paterno e le istituzioni di Augusto, Traiano e Adriano.Il testo si affianca, quindi, a quei testi coevi che servivano a fornire un’infarinatura di conoscenze ad una classe dirigente ormai ignara persino della storia di Roma. L’Arte della Guerra di Vegezio col suo tecnicismo ha un’importanza maggiore dei breviari di storia o di letteratura, ma proprio questo fa risaltare ancor più la decadenza dei tempi, nella quale hanno valore banalissime considerazioni su chi sia meglio reclutare tra gli uomini di campagna o città, oppure sulla necessità, ovvia, di far esercitare i soldati con le armi. Se l’Imperatore in persona ha richiesto di continuare questo lavoro, evidentemente, e questo appunto ci dà la misura di quanto la situazione fosse disastrata, ha ritenuto l’opera importante, se non fondamentale.
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