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ORVIETO - "Istituto di Istruzione Artistica e Classica"
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La crisi del feudalesimoLa crisi generale del feudalesimo trovò la propria più tangibile manifestazione nella cessazione dell’espansione che aveva caratterizzato l’epoca precedente, con la conseguente sensibile diminuzione delle aree coltivate e della stessa popolazione europea. Proprio di questo ci parla lo storico G. Procacci, che sottolinea la fine di quella fase espansiva dell’agricoltura che aveva reso possibile la continua crescita demografica del XIII secolo; l’impossibilità di mettere a coltura nuove terre creò uno squilibrio alimentare che mise a rischio la sopravvivenza dell’umanità. A risentire maggiormente di questa situazione fu l’Italia, che nell’età comunale vedeva ancora praticata, sull’interezza del proprio territorio nazionale, un’agricoltura di sussistenza.Gli storici ritrovano nella saturazione della popolazione, ossia nell’aumento smisurato della sua densità, la causa scatenante dello smantellamento del sistema feudale; inoltre la carenza di cibo e la scarsa igiene nella quale si viveva portarono allo scoppio di numerose epidemie. Scrive ancora Procacci: “Ci fu un sovraccarico di uomini su di una zona sfruttata fino all’ultima caloria e fino all’ultima zolla”: vi erano quindi le premesse perché l’aggressione della peste producesse profondi sconvolgimenti. L’Europa della metà del Trecento, già segnata dalle piaghe della carestia e del sovraffollamento, a cui si accompagnavano le pessime condizioni igieniche delle città; presupposti che in ogni epoca costituiscono il clima ideale per la diffusione di malattie di carattere epidemico, vide nel 1348 l’arrivo per mare, in alcuni porti italiani, primi Genova e Messina, della peste bubbonica, la Peste Nera: rapido, di qui, il dilagare dell’epidemia in tutta Europa, principalmente lungo le rotte marittime verso la Francia, la Spagna e l’Inghilterra. Per tre anni la peste, nella sua forma più acuta, dilaniò l’Europa, per tre anni continuò a mietere vittime; un terzo circa della popolazione fu sterminato, con il conseguente sconquasso del tessuto sociale e civile: dove prima regnavano l’armonia e l’equilibrio tra le classi sociali, la scarsità di manodopera dava ora luogo a fenomeni di lotta tra padrone e contadino nella campagna, tra mercante ed artigiano nella città, gli uni per conservare quanto già di loro, gli altri per ottenere nuove conquiste. Ciò si risolse in vie differenti nelle due aree longitudinalmente opposte d’Europa, guadagnando vantaggi ai lavoratori e ai contadini dell’Ovest europeo, ove furono approvati nuovi Statuti dei lavoratori e ove gli agricoltori furono in grado di acquistarsi la libertà; conducendo invece ad un’imposizione dei proprietari terrieri nell’Est europeo per quella che fu poi denominata “Reazione Latifondista”. La congiuntura tra epidemie, guerre, in particolare quella dei Cent’Anni tra Francia ed Inghilterra (1337-1453) e l’instabilità politica ed istituzionale il cui esempio più calzante può essere rinvenuto nella cosiddetta “Cattività Avignonese”, il periodo di circa 70 anni (1309-1377) che vide il Papa sostanzialmente ostaggio della monarchia francese, accelerò il lento deterioramento del sistema feudale, portando tra l’altro ad un profondo cambiamento economico. Evento capitale dell’epoca è riscontrabile nella caduta dell’Impero Romano d’Oriente (1453). L’ascesa al potere di Murad I, erede del sultano Othman, fu un evento determinante poiché il nuovo sultano continuò la politica espansionistica del suo predecessore e nel 1352 annesse al regno di Nicomedia, oltre a Nicea e Brusa, strappate all’imperatore ortodosso Michele Paleologo, anche Adrianopoli, nel 1363 Filippopoli e la Serbia nel 1371. I motivi che resero possibile la caduta di Costantinopoli possono essere rintracciati nello scadimento della potenza latina in Oriente, risultato dell’intrinseco sfacelo di una vitalità che conservava solo apparentemente segni di floridezza ma che viveva un declino giornaliero. Si tratta della situazione caotica in cui versavano quelle che erano state un tempo le potenze marinare egemoni del Mediterraneo, Venezia e Genova su tutte, perennemente in lotta tra loro per la spartizione dei mercati in un’ottica totalmente particolaristica, la stessa ottica per cui le Repubbliche Marinare erano andate incontro ad una crisi (esempio precipuo il duello che ebbe inizio tra le due città a Tenedo ed epilogo a Chioggia nel 1381). Le città marinare riconoscevano implicitamente il trapasso della capitale bizantina in mano turca come un evento naturale e necessario, da quando, a più riprese, i sultani turchi Murad I e Bayazid avevano minacciato l’occupazione della città. Si era diffuso il convincimento generale che, dopo la vittoria di Kosovo (1389), il sultano turco fosse arbitro della situazione orientale, tanto che le potenze occidentali erano persino costrette, a volte, a fare appello alla protezione turca anziché a quella bizantina per la difesa dei propri interessi commerciali. E genovesi e veneziani domandavano e offrivano la loro collaborazione al sultano turco e intrattenevano volentieri relazioni diplomatiche. Ma sotto l’urgere della minaccia turca, riversata su tutta la penisola balcanica, sembrò che l’occidente cristiano abbandonasse questa condotta inerziale e mostrasse segnali di risveglio; ma alla coalizione terrestre di Francia (che rispose prontamente alla richiesta d’aiuto inoltrata dall’imperatore, ma invano: nel 1396 a Nicopoli l’esercito francese, guidato da Giovanni Senza Paura, figlio del duca di Borgogna, subì una disfatta), Germania e Ungheria mancò il concorso delle forze marittime, a dimostrazione di un’effettiva impotenza politica: le città marinare italiane assunsero un atteggiamento che fu o passivo o di difesa delle proprie terre da offese immediate. Non certo che questo modus agendi fosse determinato da un’inferiorità tecnica sul piano navale, quanto piuttosto dall’inconsapevole necessità di difesa che non permetteva di assumere iniziative offensive o atteggiamenti di opposizione risoluta. Si preferiva un contegno che fosse di compromesso in modo da preservare quanto potesse essere preservato, ricorrendo alle arti diplomatiche. La disparità di interessi, la differente visione della questione mediterranea, le radicali divergenze politiche fra le potenze marittime e continentali d’occidente allontanavano e vanificavano le possibilità di coesione ed unità spesso invocate dal governo veneto contro la pressione turca che costituiva un ribaltamento permanente dell’equilibrio del mediterraneo che avrebbe gravato su tutti gli stati europei occidentali sebbene in misura disuguale. Agli albori del secolo XV i Turchi erano ormai alle porte di Costantinopoli. Tuttavia l’impero turco si trovò di fronte ad un nemico ancora più temibile: i Mongoli guidati da Tamerlano, appena uscito da una serie di vittorie che avevano portato all’annessione della Persia e dell’Armenia. Tamerlano e Bayazid, succeduto a Murad I, s’incontrarono sul campo di Angora nel 1402 con la conseguente vittoria dei Mongoli. Manuele II tuttavia non approfittò della situazione e invece di lanciare un’offensiva contro i Turchi, che avevano subito molte perdite per lo scontro ad Angora, si limitò a raggiungere un accordo per via diplomatica. Murad II, divenuto sultano dopo Bayazid, ricomparve a Costantinopoli nel 1452 e diede il colpo di grazia all’esercito cristiano che era sotto la guida di Costantino XI Paleologo. Caduta, nel 1453, Costantinopoli, l’oriente è terra proibita per la civiltà latina, anche se i mercanti troveranno soddisfacente formula per conciliare la coscienza di buon cristiano e l’interesse del commercio, la dignità e l’orgoglio superbo del latino con le esigenze dell’egemonia infedele. L’unità del mondo mediterraneo risulta decisamente infranta dalla conquista turca. Né più si ristabilirà nei tempi moderni.
Una mappa di Costantinopoli ai tempi della conquista turca
Il processo che in Europa impegnò la maggior parte degli stati appartenenti tra il ‘300 e il ‘400 fu denominato Umanesimo. La cultura umanistica nasce, in Italia, da cuore stesso della civiltà comunale, e si può definire Umanesimo “la cultura congeniale a quelle signorie che, appunto nel ‘300, avevano iniziato a costituirsi saldamente in Italia”. Nel ‘400 si chiamavano tra loro umanisti quegli intellettuali che avevano posto al centro della loro formazione il modello dell’antichità classica: infatti essi andarono oltre l’imitazione dell’antichità e costruirono il loro mondo accentuando fortemente i valori dell’individualità. Come scrisse Pico della Mirandola: “non esiste alcuna cosa più mirabile dell’uomo”. Mentre il Medioevo cristiano aveva concepito l’uomo come essere debole e imperfetto, vincolato eternamente al peccato originale e a malapena riscattabile esclusivamente in virtù dell’infinita misericordia divina, l’Umanesimo rivendica all’uomo dignità e libertà, proclamando la sua esclusiva facoltà, fra tutte le creature viventi, di fungere da arbitro del proprio destino. L’uomo può infatti elevarsi con le sue virtù a Dio, piuttosto che degradare, se lo vuole, fino agli infimi gradi della bestialità. Il termine Umanesimo deriva dall’espressione “humanae litterae” , con la quale si indica la letteratura che ha per oggetto l’ uomo, in contrapposizione alle “divinae litterae”, che designano le Sacre Scritture, quelle che attengono al nostro destino dopo la morte. Questa corrente di pensiero non solo rivaluta e dirige il suo studio verso i testi classici, ma va a ricercare anche quelli perduti, a differenza del Medioevo dove la preoccupazione maggiore era quella di adattarli alla concezione religiosa del tempo. Inoltre, alle opere si aggiungono le opere greche, portate a conoscenza all’Occidente dai dotti bizantini fuggiti innanzi all’incalzare dei Turchi. L’attività dei filologi era ispirata dall’esigenza di cogliere il significato autentico del messaggio degli antichi, di impadronirsi della loro eredità intellettuale e morale, mettendone la lezione a confronto con quella del proprio tempo. “Per comprendere l’entusiasmo che accompagna la riscoperta e l’edizione di un manoscritto – scrive Burke, studioso inglese dei nostri giorni – abbiamo bisogno di intenderlo come parte di un progetto molto ambizioso: niente di meno che la restaurazione della vita dell’antica Roma”. Già nel Trecento si parla di studia humanitatis e di studia humaniora. Humanitas sta a significare ciò che gli Elleni avevano espresso col termine paideia, ossia educazione e formazione dell’uomo. A partire dalla seconda metà del Trecento, e poi in misura sempre più crescente nel quattrocento, si verificò una tendenza ad attribuire agli studi concernenti le Litterae Humanae un grandissimo valore e a considerare la cultura dell’antichità latina e greca come un paradigma per la cultura in generale. Scrive Federico Chabod: “L’antichità classica diventa l’ideale momento della storia umana in cui si sono realizzate le più alte speranze dell’umanità […], il momento – modello in cui bisogna specchiarsi per avere una guida sicura per operare: nelle lettere, nelle arti, nella politica, anche nella guerra .” La classicità è per l’uomo dei secoli XIV e XV secolo “un’idea – forza, un mito suscitatore di energia”: l’umanista non vuole imitare passivamente l’antichità, ma “seguire il suo esempio e, su questa via, pervenire ad una vita più piena, più colta, più libera.[…] La fede nella possibilità del “rinnovamento” presuppone, infatti la piena convinzione che in un momento determinato della storia umana si sia attinto l’ideale, si sia rivelata la verità. Ci si ritrova innanzi ad un momento critico della mentalità religiosa-cristiana per cui la verità si è rivelata in un’età determinata che racchiude pertanto in sé tutta la storia umana; innanzi al mito dell’eterno ritorno all’età felice delle origini. Nel campo artistico prende anche corpo il metodo prospettico, ovvero un nuovo modo di concepire e rappresentare visivamente lo spazio. Non è a caso che questo modo di riprodurre illusoriamente la profondità si affermi quando la società borghese è nel pieno del suo sviluppo. Anche l’arte rivolse il proprio sguardo al mondo classico, non in un processo semplicemente mimetico, ma partendo da esso per creare qualcosa di nuovo. Molti artisti cominciarono a recarsi a Roma per studiare le opere classiche, mentre Firenze fu un centro molto fiorente grazie alla presenza di famiglie, quale quella medicea, con Lorenzo il Magnifico, che commissionavano opere d’arte. Partendo dai presupposti che l’arte classica è un’arte naturalistica e lo scopo dell’arte è imitare la natura, in questo periodo si intensificarono gli studi sulla natura. Nasce un nuovo modo di indagare la realtà: ne sono frutto la scoperta della prospettiva e delle proporzioni. Alcuni artisti scrivono trattati sull’argomento, come Leon Battista Alberti, che nel 1435 terminò la stesura del suo “De pictura”, oppure Piero della Francesca, che scrisse il “De perspectiva pingendi”. Il bisogno di stabilire regole fra le parti, ottenere l’armonia dell’insieme, si traduce anche nello studio delle proporzioni. L’arte esplora quindi l’anatomia e la natura, e diventa scienza: le prime scoperte sulle scienze naturali sono dovute agli artisti e proprio un artista come Leonardo da Vinci, inizierà un’indagine sistematica del corpo umano e dei fenomeni naturali legati al moto. I protagonisti più significativi dell’Umanesimo – Rinascimento furono: nel campo delle arti figurative, i già citati Alberti (1404-1472), Leonardo da Vinci (1452-1519) e Piero della Francesca (1415?-1492), Michelangelo Buonarroti (1475-1564), Raffaello Sanzio (1483-1520), Tiziano Vecellio (1490-1576); nel campo letterario, Erasmo da Rotterdam (1466?-1536), Niccolò Machiavelli (1469-1527), Ludovico Ariosto (1474-1533), Rabelais (1494-1553), William Shakespeare (1564-1616); nel campo filosofico e scientifico, Niccolò Cusano (1401-1464), Copernico (1473-1543), Bernardino Telesio (1509-1588), Giordano Bruno (1548-1600) e Tommaso Campanella (1568-1639).
La consapevolezza di essere il protagonista della storia determina anche l’interesse per le testimonianze dell’antichità, che vengono riportate alla luce da scavi sistematici, per poter essere studiate. L’uomo dell’Umanesimo è vero dominatore della propria realtà, è uomo a tutto tondo, misura di tutte le cose, microcosmo in cui si riflette il macrocosmo dell’universo, è fiducioso nei propri mezzi e nelle proprie capacità: è l’Uomo che è padrone del proprio destino, artefice della propria fortuna, che non vede in alcun modo la necessità di un intervento divino. Scrive G.Gentile che “l’umanista si restringe nello studio e nella celebrazione di quello che è strettamente umano, nell’animo suo stesso, e soprattutto nella tradizione del passato”. “Fu il più grande rivolgimento progressivo che l’umanità avesse fino allora vissuto – scrive Engels - : un periodo che aveva bisogno di giganti e che procreava giganti: giganti per la forza del pensiero, le passioni, il carattere, per la versatilità e l’erudizione”.1\ Allo spirito d’avventura che era sempre stato proprio dell’animo umano, si aggiungono quindi queste nuove spinte culturali: curiosità, libertà intellettuale, fiducia nelle potenzialità individuali, bisogno di acquisire consapevolezza di quella nuova realtà estranea ai miti e alle paure medioevali. Scrive ancora G.Gentile che “l’uomo del Rinascimento volge lo sguardo alla realtà e abbraccia con l’intelletto la totalità del mondo al quale egli appartiene e nel quale gli tocca vivere”. A questo nuovo e dinamico impianto ideologico si coniugano poi esigenze d’ordine prettamente economico: portoghesi e spagnoli infatti intendono sottrarre a Venezia il monopolio dei traffici con l’Oriente. Ultimo ma essenziale motivo scatenante quella che sarà la più rivoluzionaria espansione geografica di tutti i tempi, la già citata caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi: la via all’Oriente era in tal modo preclusa ed era pressante l’esigenza di trovare una nuova via verso le Indie produttrici dei beni di lusso la cui domanda aveva subito un così notevole incremento negli ultimi anni. Ma l’espansione e l’apertura a nuove rotte, quelle oltre le Colonne d’Ercole, furono determinate non soltanto dall’esigenza dell’oro e dell’argento necessari per acquistare dai mercati orientali beni di lusso, bensì anche dal bisogno di importare anche il grano, i combustibili, le derrate, il legname, le fibre tessili di cui si abbisognava per la soddisfazione della sempre crescente richiesta dei mercati europei. Altra condicio sine qua non, ovviamente, il progresso tecnico: viaggi di tale portata non sarebbero mai stati possibili senza lo sviluppo delle velature e l’impiego di strumenti di recente perfezionamento, quali il timone, comparso sui mari del Nord alla fine del XIII secolo; la bussola, già in uso, probabilmente, fin dal XII secolo; il solcometro per la misura delle distanze in navigazione, di cui fu inventato un nuovo tipo proprio da Leon Battista Alberti; il batometro per la misura delle profondità e l’astrolabio marittimo, il cui uso è documentato per la prima volta nel 1481. Questo insieme di grandi e piccoli progressi tecnici costituì la base per quella “rivoluzione”, nel campo della navigazione, che rese possibile i grandi viaggi d’esplorazione, quelli che consentiranno a Engels di dire che “ i limiti dell’antico orbis terrarum furono infranti, la Terra fu veramente scoperta allora per la prima volta, e furono gettate le basi per il futuro commercio mondiale, per il passaggio dall’artigianato alla manifattura, che a sua volta rappresentò il punto di partenza per la grande industria moderna”. In questo clima di continuo rinnovamento emersero prepotentemente alcune realtà fino ad allora in ombra. Il Portogallo, ad esempio, nella sua condizione di piccolo stato indipendente, era stato da sempre costretto a vivere in regime autarchico. Nel XV secolo si trovò forzato a guardare verso il mare. Lisbona continuava ad essere una città di mercanti e marinai che trafficavano col sale nell’Europa del nord. Era diventata anche un porto essenziale sulla rotta che congiungeva il nord e il sud dell’Europa. Nel 1391, quando tutta la Spagna sperimentò l’orrore del genocidio e della cacciata dei giudei, i cartografi ebrei, creatori dei più grandi “portolani”, si rifugiarono proprio in Portogallo. Lisbona stava lentamente assumendo un ruolo da protagonista nel commercio nell’Atlantico, e in virtù dello stretto legame di amicizia con l’Inghilterra, si delineò il processo della straordinaria espansione marittima che, grazie anche all’opera di Enrico il Navigatore, avrebbe fatto del Portogallo una potenza mercantile del pari di quelle che erano state le grandi Repubbliche Marinare come Genova e Venezia, che avrebbe costituito un vasto impero coloniale e avrebbe conteso il possesso dei territori sudamericani addirittura alla Spagna. A partire dal XII secolo, all’interno di una complessa compagine tedesca, si era sviluppata l’Hansa. Con questo termine, che in antico tedesco significa “Lega”, si indicava l’unione di mercanti tedeschi all’estero. I mercanti dell’Hansa Germanica via via avevano imposto la loro preponderanza economica su tutta l’area compresa tra le coste orientali delle isole britanniche e il mar Baltico. Simile per certi versi alle “società di mercanti” italiane se ne distinse per la maggior durata nel tempo e per il carattere sopranazionale che le fu peculiare. Nel Trecento, da associazioni di grandi mercanti, divenne associazione di città. Benché l’asse portante dell’Hansa fosse costituita da città soggette all’Impero, aderire alla Lega non significava entrare a far parte di esso, ma poter partecipare dei diritti dei mercanti tedeschi all’estero. Nel periodo di massimo splendore l’Hansa arrivò a comprendere novanta città e strinse stretti rapporti con altre centosessantaquattro. Il suo commercio fu contemporaneamente marittimo e terrestre. Verso la fine del Medioevo la concorrenza di Inghilterra e Olanda mise in discussione il predominio anseatico e si fece sentire anche in Fiandra. Lo Sviluppo del commercio Europeo alla metà del XV secoloNel panorama dei traffici marittimi europei del XV secolo possiamo distinguere due principali rotte di commercio, quella Anseatica e quella Italiana: la prima percorre i mari del nord, circumnaviga le coste atlantiche della Francia, fa scalo a Bruges e Anversa, in Belgio, città commerciali dove hanno sede una molteplicità di grandi banche, poi prosegue fino ad Amburgo, una delle città della Lega, per poi dirigere il proprio corso verso la norvegese Bergen da una parte, insinuarsi dall’altra, attraverso gli stretti dello Skagerrak e del Kattegat, nel Baltico, sulle cui coste o in prossimità delle cui si trovano altre città partecipanti alla lega, quali Lubecca, Stettino, Danzica, Riga e Reval. La seconda, più varia, continua a solcare le onde del Mediterraneo, lambendo le coste spagnole, toccando le Baleari per fare poi scalo da una parte sulle coste del Nord Africa, dall’altra su quelle italiane, che hanno per porti principali quelli delle grandi città marinare di un tempo; toccano le coste dalmate e i Balcani, spingendosi poi fino al Mediterraneo orientale.
Bibliografia “Storia e Storiografia” di A. Desideri e M. Themelly. Casa Editrice G. D’Anna, Messina - Firenze “Il Sistema Mondiale dell’Economia Moderna” di I. Wallerstein, vol.1, Il Mulino, Bologna, 1978 “L’Ascesa dell’Europa Cristiana” di H. Trevor-Roper, Rusconi, Milano, 1994 “Storia dell’Europa dalle Invasioni al XVI secolo” di H. Pirenne, Sansoni, Firenze, 1956 “Medioevo” di G. Tabacco-G.Merlo, Il Mulino, Bologna, 1992 “Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico” di L. Geymonat, Garzanti, Milano, 1970 “Oriente e Occidente nel Medioevo” di R. Cessi, 1963 “Storia degli Italiani” di G. Procacci, vol.1, Laterza, Bari, 1968 “Dialettica della Natura” di F.Engels, a cura di L. Lombardo – Radice, Palumbo, Palermo, 1968 |
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